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Il business nel Metaverso
resta ancora tax free

 

Sempre meno realtà «virtuale» e sempre più luogo «reale» quanto accade nel Metaverso, almeno sotto il profilo delle dinamiche fiscali. Ormai diventato del tutto un mondo parallelo, la quotidianità del Metaverso assomiglia sempre più alla vita terrestre, con le medesime problematiche di fatto e di diritto di qualsiasi nazione del globo.

Questo perché, nei villaggi della realtà virtuale, non ci si limita al gioco ma, al contrario, si fa sempre più business, acquistando e vendendo opere digitali appositamente, calzature per i propri avatar, appartamenti e terreni che, però, nella realtà tangibile non esistono, essendo tutte cose presenti solo nell’ambiente virtuale.

Tasse (reali) nell’ambiente virtuale

Se, sotto il punto di vista delle regole penali da applicarsi nella realtà virtuale ancora si brancola nel buio, sotto il punto di vista della tassazione dei movimenti di denaro realizzati nel cyberspazio la risposta è già arrivata – e non da un tribunale dematerializzato esistente dentro qualche server di Mark Zuckerberg – bensì direttamente da una corte federale tedesca.

Ormai nelle piattaforme virtuali si compiono le più diverse attività capace di produrre valore in termini monetari: si costruiscono città, si vendono appartamenti, si produce e commercializza abbigliamento griffato a suon di dollaroni.

Ma in tutto ciò non era ancora chiaro se il piccolo avatar che nel mercimonio di pixel realizzasse un guadagno (in termini di dollari reali) dovesse corrispondere al fisco l’imposta sul valore aggiunto.

No per la Corte tributaria federale tedesca che, con una decisione dello scorso novembre, ha sancito che l’affitto di terreni nel Metaverso con relativo guadagno, non costituisce un «servizio digitale» (e quindi tassabile), con la conseguenza che tali operazioni sono da considerarsi «esenti da Iva». Giusto per dare una cifra all’operazione, basti pensare che un podere (virtuale) di 96 metri per 96 viene venduto a circa 13 mila dollari.

Il Metaverso in tribunale

Il caso prende le mosse da un utente che, su Second Life, aveva comprato un terreno e – parcellizzato – lo aveva affittato a diversi giocatori, chiedendo un corrispettivo in criptovaluta, i C-Dollars, come canone di locazione.

Non avendo denunciato il relativo guadagno sulla dichiarazione dei redditi, il Tribunale di Colonia condannava l’utente che, prontamente, proponeva ricorso alla Corte federale.

Per i giudici del riesame, i C-dollars sono soldi finti e quindi non un mezzo di pagamento ai sensi della Direttiva 2006/112/CE del Consiglio del 28 novembre 2006 sul sistema comune di imposta sul valore aggiunto.

Inoltre, per i togati teutonici, costituisce imponibile non il «noleggio» di un terreno virtuale in un gioco online, ma il cambio della valuta di gioco in soldi reali. Infatti, non convertendo il soldo, non è previsto un vantaggio che porti al consumo ai sensi del diritto europeo dell’Iva.

Per quanto scontata, la pronuncia ha il merito di portare l’attenzione su un mondo che cambia e, quanto meno ce ne accorgeremo, ci travolgerà. E, come tutte le giungle che si rispettino, non ci sarà nessuna regola a proteggerci.

Alessandro Alongi

 

 

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