DOPO LA TRAGEDIA DI GENOVA

Le decisioni del Governo
e i problemi aperti

 

«È stata avviata la procedura per revocare la concessione ad Autostrade»: così ha esordito il premier Giuseppe Conte ancora a Genova mentre presiedeva un Consiglio dei Ministri straordinario. È così che si sta muovendo il Governo dopo la tragedia dello schianto del viadotto Morandi. Dichiarazioni al vetriolo contro Benetton e la «sua» società che gestisce 3000 chilometri di autostrade. Incalzato dai giornalisti, Conte ha aggiunto: «non possiamo aspettare i tempi della Giustizia». Nel frattempo, invece la Procura della Repubblica di Genova ha aperto un fascicolo per disastro e omicidio colposo, ma ancora è troppo presto per qualsiasi informazione. Siamo ancora alla fase della ricerca di superstiti e del recupero delle vittime.

Autostrade per l’Italia spa, concessionaria della tratta dove è avvenuto il disastro, ha subito replicato alle affermazione di Conte e di vari membri del Governo con un comunicato dove si legge che la società ha «sempre correttamente adempiuto ai propri obblighi di concessionario» e che ha effettuato «un’attività di monitoraggio e manutenzione svolti sulla base dei migliori standard internazionali». Queste affermazioni sicuramente puntano a costruire un castello difensivo che probabilmente dovrà essere utilizzato in varie sedi sia civili che penali da Autostrade per l’Italia spa.

Un capitolo a parte deve essere scritto sui costi di un’operazione, la revoca della concessione, molto complessa e molto onerosa, sia per lo Stato che per la società concessionaria. Vi sono sicuramente delle penali da mettere sul piatto per l’anticipazione del termine di affidamento che nel 2007 venne fissato nel 2042. Piano industriale, investimenti, previsioni di spesa, contratti di fornitura di servizi e molto altro sono stati fissati e stipulati su quel traguardo ed ora, mentre vacilla tutta l’elefantiaca macchina autostradale, la speculazione in Borsa si materializza.

Anas ha stretto un accordo di affidamento ad Autostrade per l’Italia e per disdire quel contratto deve essere dimostrata una «grave inadiempienza». Certo 40 o più morti, dispersi, decine di feriti, 600 sfollati fra gli abitanti del circondario del ponte, sono senza dubbio un buon punto di partenza poiché il contratto di servizio sicuramente prevede il «mantenimento della funzionalità delle infrastrutture concesse attraverso la manutenzione e la riparazione tempestiva delle stesse» e qui qualcosa senza dubbio non è stato fatto.

Un viadotto è semplicemente crollato. E da anni si sapeva che quel manufatto aveva problemi, tanto da definirlo «ponte malato». Quindi una disdetta unilaterale, secca, con addebiti e relative sanzioni. Anas rientrerebbe in possesso operativo e gestirebbe direttamente i 3000 km di strade a pedaggio. Ma vi sarebbe un costo salato da pagare: circa 20 miliardi di euro, importo calcolato, tenendo conto dell’utile operativo registrato nel 2017 di un miliardo e 968 milioni, sul «valore attuale netto dei ricavi della gestione, prevedibile dalla data del provvedimento di decadenza sino alla scadenza della concessione, al netto dei relativi oneri, investimenti e imposte nel medesimo periodo».

La multa, citata da Di Maio, di 150 milioni di euro da applicare ad Autostrade per l’Italia, a causa delle inadempienze sembra poca cosa ma potrebbe servire quale grimaldello in giudizio per dimostrare la colpa grave e magari deputare uno sconto su quella cifra iperbolica che assomiglia ad una manovra finanziaria.

Ma c’è da cambiare il nostro approccio alle opere pubbliche, tornare alla pratica del «buon padre di famiglia» nella gestione della cosa pubblica. Riscoprire il senso del dovere, il gusto di fare la cosa giusta. Il piacere di far bene il proprio mestiere, anche solo per il gusto di farne godere i frutti. Una responsabilizzazione insomma a tutti i livelli. Certo, lo sconforto può assalire…

La trascuratezza di una Società che per mero tornaconto economico, lascia crollare una infrastruttura lasciandoci sotto intere famiglie, non promette bene.

Comunque anche tutti noi, nel nostro piccolo siamo responsabili, se non del crollo, almeno del clima che lo ha permesso. L’egoismo, il menefreghismo…

Basta, per esempio, contare le bottiglie di plastica e tutti i vari rifiuti gettati dai finestrini delle auto che attraversano le nostre strade oppure riflettere sull’estremo nervosismo che assale chi si mette al volante e si erge a giustiziere puntando il dito al minimo errore dell’altro automobilista. Le aggressioni ai medici ed agli infermieri nelle corsie degli ospedali. La mancanza di rispetto per la divisa e per chi la porta con onore. Un clima ostile, dove solo il nucleo familiare importa ma anche dove spesso si sfogano rabbia, rancore, frustrazioni. Questa non può essere l’Italia che si rialza.

Dobbiamo ritrovare l’orgoglio di essere un solo popolo, in questo momento difficile, ritrovare la solidarietà che ci ha contrassegnato nel mondo. Invece attualmente non si direbbe che nel nostro popolo vi sia rimasto molto senso civico.

La battuta di Salvini di voler ripristinare la leva obbligatoria, penso si inserisca bene tra questi concetti. Visto che oramai è acclarato che dalle famiglie e dalla scuola (sconquassata e demotivata) non viene sufficiente educazione, anche civica, forse si potrebbe delegare qualcun altro ad occuparsene, e forse potrebbe farlo lo Stato, forse con un servizio militare o civile dove si impari il rispetto per le Istituzioni e si riscopra quello per se stessi e per gli altri.

Lino Rialti

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