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DIETRO IL CASO SEA WATCH

Aiutare i migranti
nei paesi di origine

 

La capitana è stata arrestata! È giusto così, le leggi vanno rispettate. Ma il problema di fondo, quello vero, rimane. Per l’Italia questo capitolo si può dire chiuso. Ora abbiamo l’attenzione dell’Europa.

Ma rimane la sofferenza inascoltata di chi vorrebbe lasciare il paese di origine, di chi sopporta violenze, umiliazioni e anche torture. Molti di noi non capiscono che il mondo è pieno di situazioni dolorose, scaturenti dalle ingiustizie, dalle dittature, dalla guerra… il denominatore comune il potere.

Un intreccio di potere, interessi economici, al di sopra di tutto e di tutti.

Ho ancora impresse, nella mente, le immagini del papà e della sua bimba annegati nel Rio Grande, il fiume che separa il Messico dagli Stati Uniti e quella del corpicino senza vita, su una spiaggia turca, di Alan Kurdi bimbo siriano.

Per capire la sofferenza bisogna soffrire e la verità è che i «potenti», non conoscono questa realtà.

L’Italia non può farsi carico, da sola di un flusso importante e interminabile di migranti, ma ha contribuito a generare illusione in queste persone.

Poi come succede sempre più spesso, i più deboli diventano business, diventano oggetto di soprusi, di violenze, per persone senza scrupoli e diventano dei semplici numeri, per gli altri.

E un’intera nazione si divide in due fazioni: chi è pro e chi è contro, migranti si, migranti no.

Non sarebbe più logico, più economico e più umano aiutare i cosiddetti «migranti» a casa loro, investendo risorse per accogliere i profughi delle guerre nei paesi limitrofi o per creare futuro dove la guerra non c’è, ma ci sono sottosviluppo e miseria?

Non sarebbe più logico, così, non «importare» mafie, come quella nigeriana ad esempio? O non permettere l’islamizzazione»?

No, poi si dovrebbe parlare di problemi troppo scontati, che affliggono la nostra gente, quella che prova a vivere, pardon, a sopravvivere ogni giorno.

Ernesta Cambiotti

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