LE ONG COME STRUMENTO POLITICO

Organismi privati che pretendono
di dettare legge agli Stati

Le ong da organismi del terzo settore a soggetti politici

 

Finalmente è stato detto in maniera chiara, in una nota della Guardia Costiera: le Ong che operano nel Mediterraneo finiscono con l’ostacolare le attività di controllo e di soccorso da parte dell’Italia.

La capitana della nave 'Louise Michel' la tedesca Pia KlempPrimo, fanno segnalazioni a getto continuo riguardo alle imbarcazioni dei cosiddetti migranti che sono in difficoltà o che potrebbero esserlo nel prosieguo del loro viaggio (illegale, come non bisogna mai stancarsi di ribadire).

Secondo, capita troppo spesso che invece di rivolgersi ai Paesi che dovrebbero occuparsi della vicenda per competenza territoriale, ma i cui governi sono poco o per nulla disponibili a intervenire, preferiscano chiamare in causa proprio l’Italia. Così da scaricare l’onere della gestione sulle nostre spalle, sotto la minaccia costante delle solite requisitorie sugli eventuali, mancati salvataggi e sulle vittime che ne siano derivate.

C’è stato un naufragio? Sono morte delle persone? La colpa non è mai di chi ha tentato la traversata a bordo di natanti palesemente inadeguati e sovraccarichi, affidandosi ai famigerati scafisti che sono a tutti gli effetti dei criminali e che si fanno pagare a caro prezzo senza offrire, in cambio, alcuna sicurezza.

Responsabilità scaricate sull’Italia

La responsabilità viene puntualmente scaricata su chi non si è precipitato a portare aiuto. E in particolare, appunto, sull’Italia. Che è l’imputato abituale di questo genere di accuse. E che lo diventa ancora di più quando al governo vi siano i partiti di centrodestra.

Ufficialmente, la questione che pongono le Ong è umanitaria. Di fatto, al contrario, è prettamente politica.

E questo ci porta nel pieno della contraddizione che di regola ci si guarda bene dal cogliere. Ma che è il vero cuore del problema.

Snaturata l’origine delle Ong

Il capo missione della 'Louise Michel' Morana MiljianovicI presupposti, quando questo tipo di organizzazioni sono state delineate e riconosciute, apparivano ottimi. Da un lato, si esigeva che agissero senza fine di lucro. Dall’altro, che le loro attività fossero finalizzate a un’utilità transnazionale.

L’assunto, in pratica, era che le Ong contribuissero a realizzare concretamente ciò che rientrava nell’interesse pubblico ma che i singoli Stati, per un motivo o per l’altro, non riuscivano a conseguire appieno.

Il corollario, quindi, era che le due iniziative – quella privata e quella statale – si inscrivessero nella medesima prospettiva e che mirassero a ottenere degli esiti omogenei. Come è previsto, del resto, dal principio di sussidiarietà concernente il «terzo settore».

Nel mondo del volontariato, infatti, gli obiettivi sono avallati dalla politica e i privati danno una mano a raggiungerli.

Ciò che conferisce legittimità, dunque, non è solo l’istanza morale in sé, ma il fatto che essa sia condivisa dai governi. I quali, almeno in linea di principio, costituiscono l’incarnazione operativa della sovranità popolare.

Ma riguardo all’immigrazione illegale? Qui le cose si complicano. Moltissimo.

Decisioni arbitrarie nel Mediterraneo

Le Ong che agiscono nel Mediterraneo, infatti, si appellano esclusivamente a valori di carattere umanitario, per cui il salvataggio in mare si pone come un obbligo inderogabile e si completa con l’approdo in un «porto sicuro».

Dopo di che, visto che rispedire i migranti nelle terre d’origine viene ritenuto inaccettabile poiché significherebbe sprofondarli daccapo in quei rischi e in quei disagi che li avevano indotti a partire, il provvisorio si trasforma in definitivo. E l’eccezione diventa la regola.

Un corto circuito intollerabile

Quella solidarietà che dovrebbe essere momentanea e dettata solo dall’emergenza si risolve in un onere permanente. Benché arrivati senza alcuna autorizzazione, i «migranti» vanno presi in carico e accompagnati verso un inserimento stabile. Così che la loro condotta arbitraria diventa, paradossalmente, la base di una lunga serie di diritti.

Ecco fatto. Il capovolgimento è avvenuto. Le Ong, che come dice l’acronimo sono delle «organizzazioni non governative», si sono sostituite ai governi. Costringendoli di fatto, e loro malgrado, a soggiacere a dei processi che essi non intendevano assecondare.

Un corto circuito intollerabile. Che contraddice il principio stesso della sovranità democratica, lasciando che gruppi privati impongano le proprie scelte ai governi voluti dal popolo. E che addirittura, nel farlo, si ergano con la massima arroganza a sommi custodi dell’etica.

Gerardo Valentini

 

 

LE «PIRATE» DEL MEDITERRANEO

Il carattere ideologico della loro azione viene ormai rivendicato da esponenti di primo piano delle stesse Ong che operano nel Mediterraneo. Le più esplicite sono le donne della Louise Michel, la nave donata dal misterioso artista Banksy, decise ad emulare le gesta «piratesche» di Carola Rackete, assurta agli onore della cronaca quando, al comando di un’imbarcazione che aveva soccorso 42 migranti, decise di forzare la chiusura del porto di Lampedusa.

La capitana della nave, la tedesca Pia Klemp, ha dichiarato seccamente «Non considero il salvataggio in mare come un’azione umanitaria ma come parte di una lotta antifascista».

Più articolato, ma ugualmente «farneticante» è la declinazione dello stesso concetto che ne ha dato in una recente intervista al quotidiano La Repubblica il capo missione della Louise Michel Morana Miljianovic: «Il nostro obiettivo è coniugare il soccorso in mare con i valori del femminismo, dell’antifascismo e dell’antirazzismo [?!].

Per noi è importante che siano chiari i nostri valori. Quello che accade nel Mediterraneo non accade nel vuoto. Fascismo, machismo, razzismo hanno degli effetti molti concreti sulla vita delle persone che sono costrette a fuggire e non trovano altra strada che sia quella pericolosissima della traversata in mare perché non esistono canali sicuri». V.F.

 

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