REGIONE LAZIO

Quattro stampelle
salvano Zingaretti

 

Zingaretti trova una stampella per l’anatra zoppa. Il primo dicembre doveva essere il D-Day, il giorno del giudizio, l’annunciata dipartita per il governo Zingaretti, presidente della Regione Lazio e candidato alla poltrona di segretario del Partito Democratico. Ma così non è stato.

In aula di consiglio, alla Pisana, è accaduto l’imponderabile, e i giornalisti presenti ci hanno ricamato su, a seconda della loro inclinazione politica. Nell’acquario si è vissuta l’atmosfera delle grandi manovre almeno fino alla dichiarazione di voto dei consiglieri Pirozzi e Cartaginese, poi giù invettive e critiche feroci.

Ma partiamo dall’inizio: Parisi, al secolo ex candidato presidente della coalizione di Centrodestra, in accordo con Maselli e Fratelli d’Italia, propone la mozione per la sfiducia del «fratello di Montalbano», subito appoggiata dalla Lega, che fa sua la battaglia contro la «minoranza maggioritaria» del centro sinistra. Mancano all’appello i due fuoriusciti del gruppo misto, Cangemi e Cavallari, che però le alte sfere di Forza Italia e Lega, assicurano allineati e coperti.

Il Movimento Cinque Stelle diventa un crogiolo di emozioni. Qualcuno con toni trionfalistici annuncia la fine della consiliatura, lanciando hashtag incontrovertibili sul presidente Zingaretti che torna a casa, tipo Barillari, applaudito dai suoi e commentato con curiosità dai più; parliamo di social network, ovviamente, in perfetto stile pentastellato.

Altri però si travisano, spariscono dai social, non commentano e paiono avulsi dalle grandi manovre. Su tutti, i neo eletti nei dieci consiglieri gialli seguaci del comico, che non proferiscono parola e aspettano lo sviluppo degli eventi, sorridendo tra loro alla bouvette della Pisana come se sapessero qualcosa che gli altri ignorano. Forse intuivano che i numeri non avrebbero garantito la fine, ma non presagivano certo la frattura che di lì a poco si sarebbe verificata.

In soldoni, Zingaretti ne esce vittorioso senza colpo ferire, non ha dovuto neanche fare campagna acquisti riparatoria, di quelle di metà stagione, perché gli avversari si sono fatti autogol tirando un calcio di rigore a favore. Alla fine termina 26 a 22 e la mozione non sortisce effetti, con un nulla di fatto in termini pratici, ma con una conseguenza devastante su Forza Italia, oggi spaccata in seno dalla sfiducia di Cartaginese al capogruppo Aurigemma, reo di aver condiviso la mozione, e dalla fuga di Ciacciarelli in Scozia, per motivi non meglio precisati, ma certo non dirimenti la questione.

Lega e FdI ora guardano in cagnesco chi non ha votato la mozione della coalizione di centrodestra, e pure Pirozzi, che se ne è andato in Puglia, giustificato dai suoi calcoli e dalla certezza della mancanza di numeri (così non era, sarebbe potuto essere, sarà diverso).

Insomma, se Cavallari, Cartaginese e Pirozzi avessero fatto una scelta di campo (Storace docet), oggi si cercherebbe una data per le nuove elezioni regionali, probabilmente a maggio 2019, nonostante il tour scozzese di taluni e le certezze matematiche di certi altri. Ma tant’è: quando ci sono i numeri manca qualcosa d’altro. Nel calcio sarebbe facile ricercarlo in uno spogliatoio di uomini, alla Pisana si fa tutto in quello misto, e non sta bene.

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