fbpx

Ma Orfini insiste
sulla mafia a Roma

 

La sentenza di primo grado al processo contro Salvatore Buzzi, Massimo Carminati e gli altri 39 imputati, ha sancito che l’associazione a delinquere da loro messa in piedi non è un fenomeno mafioso. Ci sono state 36 condanne e 5 assoluzioni. Le pene irrogate sono state pesanti ma di molto inferiori a quelle richieste dalla Procura per associazione mafiosa. In conseguenza di ciò non ha più ragion d’essere il regime di carcere duro previsto per i boss di Cosa Nostra che era stato applicato a Carminati, mentre agli altri imputati sono stati concessi gli arresti domiciliari.

Esce di prigione dopo oltre due anni in regime di 41-bis, Luca Gramazio, verso il quale l’atteggiamento della Procura era stato immotivatamente duro e che gli ha comportato una condanna conseguentemente severa a 11 anni di prigione. Gramazio che si è sempre proclamato estraneo ai fatti imputatigli, potrà per la prima volta abbracciare il suo primo figlio, nato quando il padre era già stato rinchiuso in carcere.

Ad insistere sul carattere mafioso dell’attività corruttiva di Buzzi e Carminati è curiosamente il Partito Democratico, per bocca del suo presidente Matteo Orfini, e in maniera più sfumata, del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti.In un articolo pubblicato sul sito della rivista Left Wing, Orsini «da romano innamorato della sua città» afferma categorico: «A Roma la mafia c’è. Ed è forte e radicata». Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che conversando con i giornalisti, spiega: «Bisogna evitare il rischio di creare una grande confusione: ieri c’è stata una sentenza su una associazione, su un caso, che ha avuto l’esito che tutti conosciamo, ma questa sentenza non può essere utilizzata oggi per affermare che a Roma non ci sono infiltrazioni mafiose, perché queste ci sono, sono denunciate e conosciute».

Più vicino alla realtà della situazione romana è il parere del giudice Alfonso Sabella che ha frequentato per qualche tempo il Campidoglio come assessore alla Legalità nella giunta Marino: «Io in quel palazzo ho visto corruzione, tanta, la mafia no». Tuttavia «ciò che emerge dall’inchiesta è la fragilità di una macchina amministrativa, che era scalabilissima e facilmente aggredibile da parte di gruppi criminali. E purtroppo ritengo lo sia ancora».

Allargando il discorso alla genesi e al «lancio» dell’inchiesta, ci appare efficace l’analisi dell’avvocato Gianluca Tognozzi, difensore di alcuni imputati, per il quale si è trattato di: «Un processo a Massimo Carminati e alla sua storia giudiziaria e mediatica, cucito addosso a un vestito di mafiosità che non esisteva. (…) La decisione del Tribunale dice chiaramente che non c’è stato alcun atto di intimidazione e neanche alcun assoggettamento. Da qui, la spiegazione del verdetto che ha cancellato l’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. (…) Il vero obiettivo era colpire Carminati, lo ripeto e ne sono convinto».

Come si ricorderà allo scoppio dell’inchiesta i media avevano posto fortemente l’accento sul «nero» Carminati, mentre man mano che emergevano i personaggi coinvolti e i loro ruoli, si evinceva che il centro dell’attività corruttiva era svolto, con le sue cooperative, dal «rosso» Buzzi.

L’attività corruttiva verso i politici e i funzionari pubblici era condotta da Buzzi, così come a lui e ai suoi collaboratori rispondevano le cooperative per i quali «rimediava» le commesse pubbliche.

Certo fra i condannati ci sono gli esponenti del Pdl Gramazio (11 anni) e Tredicine (3 anni) e il funzionario pubblico di «area» Panzironi (10 anni), ma il grosso viene proprio dal Partito Democratico. I condannati targati Pd sono infatti: Luca Odevaine, ex Capo di Gabinetto del sindaco Veltroni e poi componente del Tavolo di coordinamento nazionale sui migranti del Viminale, condannato a 6 anni e 6 mesi, che diventano 8 per la «continuazione» rispetto alla pena già inflitta da due precedenti sentenze; Mirko Coratti, ex presidente del Consiglio Comunale, (6 anni); Pierpaolo Pedetti, ex consigliere comunale, (7anni); Michele Nacamulli ex consigliere comunale (5anni e 6 mesi); Andrea Tassone, ex presidente del Municipio di Ostia, 5 anni; Sergio Menichelli, ex Sindaco di Sant’Oreste (5 anni); Franco Figurelli, ex capo della segreteria della presidenza del consiglio comunale di Roma (5 anni). Ai quali vanno aggiunte le probabili appartenenze all’area Pd di alcuni dei 5 funzionari pubblici condannati oltre a Panzironi.

Questa evidenza processuale rende sostanzialmente «autolesionista», con punte di accentuato masochismo, le insistenze di Orfini sull’esistenza della mafia a Roma.

Vincenzo Fratta