LA PIAZZA DI SINISTRA

Violenza in nome
dell’antifascismo

 

Sono giorni che i Centri Sociali hanno scatenato un’ondata di violenza in tutta Italia in nome dell’«antifascismo», termine onnicomprensivo con la quale l’estrema sinistra è solita etichettare i propri avversari. Negli anni scorsi il «nemico» era Berlusconi, oggi lo sono la Lega di Salvini, Fratelli d’Italia di Meloni, indistintamente accomunati a Casa Pound di Simone Di Stefano e a Forza Nuova di Roberto Fiore.

Il pretesto che ha fatto rompere loro ogni freno inibitorio e rispolverare le vecchie parole d’ordine della sinistra estrema negli anni Settanta, è stato il gesto dello squilibrato di Macerata che, per «vendicare» il brutale assassinio con scempio del cadavere di Pamela Mastropietro, il 3 febbraio ha pensato di fare la proprio giustizia sparando su un gruppo di spacciatori nigeriani.

L’intento dell’estrema sinistra è di tornare a cercare di impedire ai «fascisti» di parlare nelle piazze o nelle sale, di cercare di negare loro ogni agibilità fisica. Significa assaltarne le sedi, contestarli tirando sassi e sputando e, inevitabilmente, significa pestare gli agenti in divisa che hanno il compito di impedire ai nuovi partigiani di mettere in atto le loro imprese.

A Piacenza il 10 febbraio i centri sociali che volevano impedire un corteo di Casa Pound, durante gli scontri con le forze dell’ordine hanno accerchiato e ferito un brigadiere capo della Polizia di Stato. Il 16 febbraio si sono scontrati con la polizia a Bologna, dove di svolgeva una manifestazione di Fn. Poi c’è stato il tentativo di assalto all’auto di Giorgia Meloni 14 febbraio a Livorno. Il 23 a Pisa hanno tentato di impedire il comizio di Matteo Salvini, dove è rimasto ferito l’agente della mobile Luca Cellamare. Ancora scontri in occasione della manifestazione di Salvini a Torino e il 24 febbraio a Milano.

Gravissimo l’episodio avvenuto a Palermo il 20 febbraio quando Massimiliano Urbino, segretario cittadino di Fn, è stato aggredito da un gruppo di estremisti, in pieno centro, mentre usciva dal lavoro, che lo hanno legato e selvaggiamente picchiato.

Su chi siano i «mandanti» di questa ondata di violenze antifasciste ha scritto parole chiare Annalisa Terranova sul Secolo d’Italia del 18 febbraio: «Alla fine ce l’hanno fatta. Aggrappandosi ora a un salvagente ora a un altro, provandole tutte ma proprio tutte per restare a galla, quelli della sinistra-sinistra in lotta per sopravvivere a Renzi e a un’Italia che non li sopporta più, hanno alla fine trovato la manovalanza giusta per far tornare rosse le piazze d’Italia. E hanno fatto da sponda agli ex disobbedienti, gli antagonisti dei centri sociali che erano spariti dalla scena politica (per fortuna) dopo il drammatico G8 di Genova del 2001. (…) Finché arrivarono Emanuele Fiano, Laura Boldrini, Pietro Grasso e tutta l’armata di Liberi e Uguali a inscenare uno spettacolino di ombre cinesi: torna l’uomo nero, tornano i fascisti, tornano i saluti romani, l’ombra del Duce giganteggia minacciosa sui cieli italiani. E poi, quei fastidiosi monumenti del Ventennio. E ancora, quei pericolosi calendari col Ducione tonitruante in primo piano. In realtà erano scioccati dalla vittoria di Trump negli Usa, personaggio lontanissimo dal fascismo così come storicamente lo conosciamo. Erano allarmati per i consensi lepenisti in Francia. E si sono dati alla caccia dei fantasmi in camicia nera tirando fuori tutto l’armamentario retorico possibile da sfoderare. La campagna elettorale ha generato una diffusione capillare di queste argomentazioni, perché è sempre meglio parlare del nulla piuttosto che spiegare i propri fallimenti.

Quelli, gli antagonisti, non aspettavano altro. Così come non aspettava altro l’Anpi, ormai a corto di veri partigiani da esibire nelle parate del 25 aprile.

È tutto già successo: a Piacenza, a Livorno, a Bologna. A Padova il centro sociale Pedro già organizza le «passeggiate antifasciste» per intercettare il «nemico» e mette online i video, come se fosse tutto normale. In effetti il copione è già scritto. È quello degli anni di piombo. Complimenti a Liberi e Uguali, complimenti alla «vera» sinistra. Questo è il vostro capolavoro: risuscitare i morti (Mussolini) e gli zombie (gli antagonisti). L’unica cosa che finora siete riusciti a fare».

Sull’argomento si è espresso con chiarezza che potremmo definire «didascalica», Ernesto Galli della Loggia il 25 febbraio sul Corriere della Sera, con il corsivo intitolato «I violenti e le parole ambigue» (del quale consigliamo vivamente la lettura). Nella prima parte del pezzo si ricorda il carattere ambiguo del termine antifascismo, e poi si chiarisce che alla violenza si risponde facendo rispettare la legge è non praticando la violenza, e pertanto che l’antitesi alla «violenza fascista» (noi aggiungeremmo: presunta violenza fascista) non è l’antifascismo, bensì la democrazia.

Sì, parlo di «presunta violenza fascista» in quanto – al di là di un sempre possibile singolo accadimento –, gli ambienti dell’estrema destra proprio dall’esperienza tragica degli anni Settanta hanno maturato una rinuncia definitiva alla violenza come metodo di lotta politica. Questo non è avvenuto nell’estrema sinistra che pratica sistematicamente la violenza contro i suoi avversari o obbiettivi di turno. Oggi abbiamo il ritorno dell’«antifascismo», ma nel passato anche recente abbiamo altri numerosi esempi. Dalle violenze contro la Tav in Val d’Aosta, agli scontri in Puglia contro la realizzazione dell’oleodotto, fino ai numerosi tentativi di negare il diritto di parola agli «avversari», com’è successo con D’Alema a Napoli qualche mese fa. L’estrema sinistra non ha fatto i conti con il Novecento e continua, in solitario, a considerare la violenza un valido metodo di lotta politica.

Pino Lancia

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