LA NUOVA CRISI LIBICA

Tra interferenze francesi
e attendismo italiano

 

La polveriera libica ha le micce accese da un pezzo. Ogni tanto riesplode: a volte per autocombustione, causata dalla fortissima instabilità politica, a volte per cause esterne o meglio estere, Francia in testa.

Emanuel Macron vorrebbe sfruttare il caos per scalzare l’italiano Ente Nazionale Idrocarburi (Eni) a favore della francese Total Sa. Infatti l’Eni estrae e commercializza il 70% degli idrocarburi (petrolio e gas naturale) del paese mentre la Total solo il 7%. In pratica 384 mila barili della Eni contro i 31 mila della Total all’anno. Per la Libia il petrolio rappresenta l’unico e vero asset strategico: genera oltre il 60% del Pil e più dell’80% delle esportazioni. Questo fa comprendere l’estremo interesse di tutti i libici per l’oro nero. L’instabilità del dopo Gheddafi è sfociata nella nascita di due schieramenti: il cosiddetto governo regolare di Tripoli guidato dal premier Fayez Al Serraj e quello di Tobruk guidato dal generale Kalifa Haftar.

I francesi fino ad ora si sono rivelati abili manovratori ed hanno scalzato l’Italia riuscendo ad essere l’ago della bilancia tra il governo di Tripoli e quello di Tobruk. Ora gli scontri sono arrivati a Tripoli e se la guerriglia riuscisse a far cadere Al Serraj, Macron potrebbe facilmente proporsi come referente e magari garante della pace e della stabilità guidando il paese verso le «elezioni farsa» del 10 dicembre. Qui potrebbe essere eletto un uomo vicino ad Haftar ed amico della Francia. Così, per l’Italia, addio a petrolio e gas. Invece potrebbe riprendere facilmente il flusso migratorio che a stento, per la verità, viene contenuto attualmente dai libici. Ai francesi farebbe comodo vederci in difficoltà con gli sbarchi visto che distoglierebbe lo sguardo critico dell’Europa da Ventimiglia e dintorni.

Per la verità i nodi non vengono al pettine subito, almeno non tutti. I problemi di questo martoriato territorio originano da lontano. Ma, occupandoci anche solo del recente passato, possiamo affermare con tranquillità che ne sono stati fatti di errori madornali. Marco Minniti, prima di diventare Ministro dell’Interno, è stato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle informazioni per la sicurezza e, nel 2015, si comincia ad occupare della Libia. Punta a far insediare un governo amico che scalzi i Jihadisti che si sono lì insediati mettendo in pericolo il ruolo chiave dell’Italia nella gestione degli idrocarburi.

È lì che viene «sponsorizzato» Serraj nella formazione del governo di accordo nazionale inimicandosi la fazione del generale Haftar che si volge verso Parigi in cerca di una sponda amica. Ma Serraj non si circonda di personcine perbene. C’è infatti da considerare la galassia problematica di milizie che circondano e supportano Serraj. Tagliagole, jihadisti, criminali comuni che indirettamente supportiamo e sponsorizziamo con l’appoggio al governo «regolare».

Insomma la gestione Minniti non è stata certo da manuale, se poi si considera il lungo lasso di tempo nel quale ha avuto l’esclusività del rapporto con la Libia, si può spiegare il disorientamento dei funzionari ministeriali con il cambio della guardia e l’arrivo del nuovo governo. Questo potrebbe sicuramente spiegare l’attenzione mostrata per la vicenda da questo esecutivo. In Libia tre visite ai massimi livelli in meno di trenta giorni nello scorso luglio: prima Salvini, poi il ministro della Difesa Trenta e per ultimo quello degli Esteri Moavero Milanesi.

I francesi, invece, in questa fase, sono stati rapidi ed efficaci, hanno utilizzato questo momento di disorientamento e sono riusciti nell’intento di rafforzare Haftar e le sue milizie. L’Italia giallo-verde, però, non è libera da responsabilità. In tutta onestà, si ritrova nell’attuale governo l’attendismo tipico dei neofiti. Trump aveva messo su di un piatto d’argento e consegnato a Conte, in visita alla Casa Bianca, proprio la Libia nominando sul campo l’Italia quale referente. Invece di darsi subito da fare Conte si è gingillato in vista della conferenza di Sciacca, vitale se considerata la presenza annunciata di Mike Pompeo, sottosegretario Usa agli Esteri e dell’omologo russo Lavrov ma in programma solo a novembre, una data troppo lontana quando la miccia è accesa e le polveri potrebbero saltare in aria da un momento all’altro.

Appare chiaro che ci vuole una scossa: un nuovo ambasciatore a Tripoli, l’attuale è stato dichiarato persona non gradita per aver pubblicamente denigrato le elezioni libiche di dicembre. Insomma si sente la necessità di un corpo diplomatico all’altezza della situazione che sia in grado di riorganizzare lo scacchiere e portare Egitto e Russia, lontani dalla Francia. E questo è possibile e alla nostra portata se si considera che, nonostante Egitto e Russia siano pro-Haftar assieme alla Francia, non possano ignorare l’immane disastro scatenato dai francesi nel 2011 che ci ha portati esattamente dove siamo.

Dal cilindro di Conte deve subito uscire non solo un nome ma tutta la formazione e in fretta.

Lino Rialti

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