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Quelle otto coltellate
al giovane Carabiniere

 

Verrebbe voglia di urlare: Basta! Di scuotere la testa, battere i pugni sul tavolo e digrignare i denti dalla rabbia. E urlare: Basta! Verrebbe voglia di piangere per l’ennesima vita spezzata, per una famiglia distrutta, per un dolore immenso che otto coltellate hanno causato e nessun funerale di Stato potrà mai rimarginare.

Un ragazzo di 34 anni ha perso la vita in maniera assurda, inconsulta, a tratti inspiegabile. O almeno voglio pensarlo, devo pensarlo. Perché se ci fosse una spiegazione, sarebbe ancora più atroce dirlo alla moglie, ai genitori, agli amici. Lavorava nell’Arma, era un vicebrigadiere, indossava con orgoglio una divisa e per quattro soldi tutelava le istituzioni, difendeva i suoi concittadini, accorreva al loro soccorso. Era un italiano. Ed ora non c’è più.

Bando ai processi politici e ai facili slogan di partito, non servono a giustificare nè a tornare indietro nel tempo. Ma una analisi è doverosa: non è stato un incidente. E nessuno si sogni di dirlo, perché sarebbe un pusillanime attacco alla credibilità della nostra Bandiera e un palese raggiro della nostra intelligenza.

Del resto bastano poche parole messe in croce a giustificare la violenza del gesto. Vi invito ad un esperimento sociale: andate in cucina e prendete un coltello, sistemate un bel pezzo di pane sulla tavola e colpitelo con violenza otto volte.

Vi anticipo cosa succederà. Dopo le prime due coltellate inizierete a guardare meglio il pane, a scegliere dove infilare il coltello. Dopo 4-5 volte il braccio e la mano accuseranno stanchezza, perché per colpire otto volte occorre forza. E tempo. Perché tra la prima e l’ottava coltellata non passano due secondi, ma molti, molto di più. Intervallati da pensieri, immagini, rabbia, non solo paura.

Non è stato un incidente, perché una persona comune tremerebbe al solo pensiero di infilare una lama nel corpo di un suo simile. E se per errore, per incidente, dovesse capitargli, si svuoterebbe immediatamente di tutte le forze, fuggirebbe inorridita o si inginocchierebbe a piangere.

Nella morte di Mario Cerciello Rega c’è una spaventosa abitudine alla violenza. C’è la determinazione di chi colpisce, che non si difende, ma ha la forza e il proposito di offendere. Una coltellata può essere un incidente, può essere dovuta alla paura, al tentativo di sfuggire. Ma otto, ripeto, otto coltellate, sono la fredda e lucida follia di chi vuole dimostrare di essere più forte, di chi vuole scientemente stroncare una vita, e non solo fuggire. Sono lo spregio delle leggi del paese che ospita.

Attenzione: qui non serve parlare di colore della pelle, di giovane età e della nazionalità di provenienza. Qui importa parlare di una giovane donna che sta piangendo il suo giovane sposo, di un Paese che si interroga sulla percezione di sicurezza che si ha quando si cammina per strada, di un corpo, l’Arma dei Carabinieri, che piange fiera un suo caduto, e lo fa consapevole che deve difendere una bandiera che da troppo tempo non sventola.

Ora è caccia all’uomo, quello che ha ucciso. La Città si interroga. E la cosa meno importante e più inquietante è l’innesco di tutta questa cruda spirale di violenza e di dolore: una rapina da 100€, in strada, a Roma, quartiere Prati. Un quartiere per bene. Una volta…

Carmine D’Urso

Nella foto in alto: il giovane Carabiniere il giorno delle recenti nozze. Sopra: gli investigatori estraggono da una grata un oggetto appuntito, forse riconducibile all’omicidio. Un coltello da cucina è stato estratto anche dal fondo di un’altra grata.