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Puniamo l’assassino,
non il pregiudizio

 

Ma fa differenza chi ha ucciso? Fa differenza sapere che è stato un americano anziché un nordafricano, un diciannovenne anziché un cinquantenne, un soggetto in preda a sostanze alteranti e non uno savio?

Personalmente ritengo fastidiosa la sensazione di giustizialismo o di garantismo a prescindere. Siamo il Paese delle sentenze social, dell’istinto sopra la ragione, della proclamazione di pancia, del cuore oltre l’ostacolo, anche se quest’ultimo è il buonsenso.

La maggioranza degli italiani ritiene che in Russia, in America o in Germania non sarebbe mai potuto accadere che una coppia di ragazzini riuscisse a uccidere con una decina di coltellate un rappresentante delle forze di polizia nazionale.

Forse è vero. Forse Polizia e Carabinieri avrebbero bisogno di maggiori tutele, non solo da parte dello Stato, ma anche dei media. Forse basterebbe consentire loro non tanto di avere poteri di offesa, ma almeno di difesa personale.

Forse la politica dovrebbe tenersi a distanza dalla cronaca nera, dovrebbe evitare di cavalcare la notizia, di fare del sensazionalismo e di trasformarlo in propaganda. O semplicemente, oggi ai funerali del giovane vicebrigadiere sarebbe bastato piangere e porgere la spalla alla sua donna senza proferire parola.

A volte non serve. E questa è certamente una di quelle volte. Perché il dolore non ha bisogno di sottotitoli o didascalie, ma di silenzio e di conforto, di riflessione e, perché no, di determinazione.

Non dovrà più succedere. Mai più un turista in vacanza dovrà vagare per le nostre strade in cerca d’avventura. Mai più dovrà osare levare la mano contro una nostra Forza dell’Ordine. Mai più scatti rubati (e venduti) all’interno di un presidio militare dovranno mettere alla gogna chicchessia, assassino o tutore della legge.

La verità si nutre di logica: Perché una benda sugli occhi non fa la differenza tra la vita e la morte, ma dieci coltellate inferte a sangue freddo si, quelle la fanno.

Non si punisce un’idea o un pregiudizio, e neanche un popolo, non un migrante o un turista, non un colore della pelle, nè una fascia di età o estrazione sociale, nè un movimento pacifista o presunto tale.

Si punisce un assassino. Perché a casa, agli affetti della propria famiglia devono tornarci tutti: operai, dirigenti, insegnanti, studenti, politici e carabinieri. Tutti, serenamente, senza temere gogne mediatiche o social.

La vita reale, quella vera, vale molto di più di qualsiasi giudizio. Anche di quello divino, figurarsi di quello degli uomini.

Carmine D’Urso