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IL NO DELLA UE ALL’ERGASTOLO OSTATIVO

Per i giudici di Strasburgo
la Mafia non esiste

 

La Mafia non esiste: questo sembrano voler affermare gli ermellini di Strasburgo. Per questi giudici l’ergastolo ostativo, ossia l’ergastolo senza possibilità di sconti, applicato a coloro che sono stati condannati per mafia, è un «trattamento inumano e degradante». Infatti il divieto di assegnazione di lavoro all’esterno dal carcere, l’assenza di permessi premio e di misure alternative alla detenzione, per i condannati all’ergastolo (solo di quello ostativo, però) che non abbiano dato alcuni tipo di collaborazione, non sarebbe accettabile.

I giudici Falcone e Borsellino, icone della lotta alla Mafia. Uccisi da Cosa nostra in due distinti attentati dinamitardi nel 1992. Nella foto di copertina: il capo dei capi Toto Riina

Ma questi signori, che vivono nel nord dell’Europa, non hanno sicuramente ben presente cosa sia la Mafia.

Un mafioso non può re-inserirsi nella società, se prima, almeno, non rompa le regole dell’organizzazione criminale.

Questa rottura può avvenire solo con la collaborazione con lo Stato e con la magistratura. Senza pentimento e fattiva collaborazione non può esserci redenzione.

Quindi il carcere serve. Tiene lontani, scollegati i capi coi picciotti. I picciotti dalle Famiglie. È un semplice concetto ma estraneo a chi il crimine organizzato non conosce se non per sentito dire o per averlo visto di sfuggita o peggio letto in qualche libro o guardato in una, delle molte serie televisive, che ne hanno, purtroppo, smussato i difetti ed enfatizzato quell’alone di farlocco romanticismo.

Insomma c’è di che preoccuparsi a leggere la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Ci impone di rivedere il nostro regolamento. La nostra norma introdotta dopo il periodo stragista e che, alla prova del tempo, si è dimostrata alquanto efficace ed efficiente. Era riuscita a rompere quel diaframma che permetteva anche ai carcerati di restare in contatto con l’esterno e, in pratica di continuare a governare i traffici e la vita dei clan. La prova? Persino Riina se ne era preoccupato. Era uno dei punti del papello di richieste che Riina pretendeva dallo Stato per fermare le stragi. Lo ha messo nero su bianco proprio Giovanni Brusca.

Tutto è scaturito dal ricorso degli avvocati di un boss di primo piano della ‘ndrangheta, Marcello Viola. Questo «signore» aveva fatto causa allo Stato italiano perché, condannato in regime di carcere duro ai sensi dell’articolo 4 bis dell’Ordinamento penitenziario perché definitivamente condannato a quattro ergastoli per omicidi plurimi, occultamento di cadavere, sequestro di persona e detenzione di armi, il tutto con l’aggravante mafiosa.

Quindi Viola non può accedere all’assegnazione al lavoro all’esterno, ai permessi premio, e alle misure alternative alla detenzione non tanto per i reati gravissimi commessi, ma poiché non ha offerto alcuna collaborazione, anche quella che risulta oggettivamente irrilevante, quindi non mostrando il minimo pentimento, alla base di ogni redenzione.

Insomma, se dovessimo accettare supinamente questa imposizione, si potrebbero spalancare le porte delle carceri a 957 persone. Un numero esiguo, potrebbe venir in mente, se non si considera che questo numero di persone non è formato da criminali comuni. Bensì dalla creme de la creme, il fior fiore dei peggiori criminali, di capo bastone, di gente che pur avendone avuto modo non si è mai pentita per gli orrendi crimini commessi.

Sarebbe un bellissimo regalo alla criminalità organizzata e un vilipendio di tutti i Falcone e Borsellino d’Italia. No, non deve accadere.

Lino Rialti

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