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Per uscire dall’impasse
Conte scrive a Michel

Charles Michel, presidente del Consiglio d'Europa, con il premier Conte

 

L’economia ai tempi del Coronavirus: l’Italia guida il fronte dei paesi contro la linea rigorista. Sì, anche in questo periodo tedeschi ed olandesi vorrebbero rimanere nei parametri economici pre-pandemici. Giuseppe Conte, invece, ha preso carta e penna e si è esposto per primo, subito appoggiato da Francia, Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Grecia, Spagna, Slovenia e Portogallo, con una lettera inviata al presidente del Consiglio d’Europa, il belga Charles Michel.

Otto paesi della Ue chiedono al presidente Michel l’abbandono della linea rigoristaNella missiva, sottoscritta dai primi ministri di tutti questi paesi, si chiedono «misure urgenti e solidali» per contrastare questo periodo d’emergenza.

La lettera a Michel, se da un lato tenta di persuadere il massimo esponente europeo, dall’altra cerca di infiltrarsi nel granitico blocco rigorista nord europeo, alla cui guida ci sono Germania ed Olanda, nel tentativo di spaccarlo e ridurre questi stati a più miti consigli.

Nella missiva si legge che questa pandemia: «è uno shock senza precedenti e richiede misure eccezionali per contenere la diffusione del contagio all’interno dei confini nazionali e tra Paesi, per rafforzare i nostri sistemi sanitari, per salvaguardare la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali e, non ultimo, per limitare gli effetti negativi che lo shock produce sulle economie europee».

Nella lettera al presidente Michel si chiede, poi, un’Europa più presente con un sistema agglomeratore, con una sincronizzazione dei provvedimento straordinari, che costituisca un coordinamento tra i vari governi, per una più puntuale condivisione delle informazioni, sia ora che in futuro, quando si potrà cominciare ad allentare le misure restrittive in atto.

Viene citato con favore il coordinamento avviato con Ursula von der Leyen. Viene chiesto un atto formale che garantisca la libera circolazione all’interno della Ue delle merci. Insomma dei beni e servizi essenziali, soprattutto medici e medicali, dovrà essere garantita la libera circolazione in Europa.

La speranza di Conte è che vinca la linea Draghi

La speranza di Conte & C. è che vinca la linea DraghiE già, pena la definitiva perdita di credibilità dell’istituzione europea, in questi momenti deve venir fuori lo spirito europeo con la solidarietà e l’assistenza reciproci. Se «la Bce ha annunciato una serie di misure senza precedenti che sosterranno l’Euro e argineranno le tensioni finanziarie — si legge nella lettera a Michel — la Commissione europea ha anche annunciato un’ampia serie di azioni per assicurare che le misure fiscali che gli Stati membri devono adottare non siano ostacolate dalle regole del Patto di Stabilità e Crescita e dalla normativa sugli aiuti di Stato.

Inoltre, la Commissione e la Banca Europea per gli Investimenti (Bei) hanno annunciato un pacchetto di politiche che consentiranno agli Stati membri di utilizzare tutte le risorse disponibili del bilancio dell’Ue e di beneficiare degli strumenti della Bei per combattere l’epidemia e le sue conseguenze».

La speranza di Conte & C. è che vinca la linea Draghi, del «Whatever it takes», ossia di fare tutto quello che necessita per portare a casa la salute ed il lavoro. Certo, l’Europa può, in questo momento così difficile, fare molto, ma gli stati membri devono fare la loro parte, così da minimizzare i pesantissimi effetti sull’economia e quindi sulle imprese.

Questa situazione, alla fine, causerà la perdita di milioni di posti di lavoro, ma questa catastrofe può essere arginata. Grandi investimenti pubblici, statalizzazioni, possono ridurre considerevolmente il numero di persone che si troveranno disoccupate.

Certo, come al termine di una guerra, alla fine della pandemia, l’economia globale sarà a pezzi e saranno in tantissimi a perdere il proprio lavoro, vuoi per la chiusura prolungata di interi settori dell’economia con conseguente fallimento delle imprese di quella filiera, vuoi per la perdita di liquidità conseguente.

Un compito strategico lo avranno gli istituti di credito che dovranno continuare ad esporsi con prestiti nonostante ritardi nei pagamenti delle rate e incremento dei profili di rischio dei clienti.

Conte e compagni, in questa situazione, cosa chiedono all’Europa? Nella lettera al presidente Michel si legge che: «dobbiamo lavorare su uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’Ue per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati Membri, garantendo in questo modo il finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni causati da questa pandemia».

Insomma i famigerati «Coronabond» a lungo e lunghissimo termine, si parla di 25/35 anni.

Ma, come spendere questa montagna di soldi in maniera efficace?

Nella lettera al presidente Ue Michel si chiede che i fondi raccolti vengano «destinati a finanziare, in tutti gli Stati Membri, i necessari investimenti nei sistemi sanitari e le politiche temporanee volte a proteggere le nostre economie e il nostro modello sociale.

Con lo stesso spirito di efficienza e solidarietà, potremo esplorare altri strumenti all’interno del bilancio Ue, come un fondo specifico per spese legate alla lotta al Coronavirus, almeno per gli anni 2020 e 2021, al di là di quelli già annunciati dalla Commissione».

Dopo i passi falsi in casa, la lettera a Michel

L’apertura alle opposizioni è avvenuta dopo l'esortazione di Mattarella a ConteConte, con questa mossa della lettera, tenta di riprendersi in Europa per i troppi passi falsi fatti in casa, come quello della diretta Facebook di sabato 21 marzo quasi a mezzanotte per annunciare il lock-down a testo non ancora pronto. Così, timoniere di una nave senza un porto sicuro ed assediata da un fortunale dietro all’altro, si deve sentire un po’ sfigato.

A guardarlo mentre viene pettinato prima delle dirette, mentre si guarda compiaciuto ma cupo allo specchio, sembra dirsi tra se e se: ma proprio a me? E sarebbe lecito che possano venire certi pensieri. Infondo è la crisi più nera dal secondo conflitto mondiale.

Così, confortato dal Pd, sua sponda sicura, corre ai ripari: più coinvolgimento del Parlamento, più dialogo con le opposizioni, meno dirette Facebook e meno dichiarazioni senza contraddittorio.

L’apertura alle opposizioni, comunque, è avvenuta dopo l’esortazione di Mattarella. Nessun cedimento, nessun accordo per un governo di emergenza nazionale, ma un chiaro segnale di disgelo dopo giorni di silenzio e di mancato confronto diretto.

Questa situazione ha rotto l’impasse ed ha permesso a Matteo Salvini di chiedere una cabina di regia per la gestione dell’emergenza allargata all’opposizione. Risposta di Conte: «Ni». Un resoconto quindicinale in Parlamento.

In questa situazione, dopo decenni di tagli lineari alla sanità ed a tutto il sistema di welfare, con una attenzione spasmodica ai bilanci, finalmente ci si è risvegliati, almeno sembra.

Che i nostri politici lo vogliano o no, al termine di questo disastro, ci troveremo in un altro paese, in un’altra Europa, in un altro pianeta. Gli equilibri che conosciamo sono stravolti, ma al termine di tutto, lo saranno ancor di più.

Dopo l’epidemia il nostro mondo sarà diverso

Difficile poter disegnare un quadro preciso, ma sicuramente la terra non sarà più come l’abbiamo conosciuta. La Cina si dimostrerà ancora forte (sta già ripartendo), gli Usa fiaccati e zoppicanti in preda ad una crisi economica fenomenale col dollaro non più moneta di riferimento. La Russia impegnata a riprendersi sempre più piena di ingiustizie sociali e con libertà personali diminuite fortemente.

Interi continenti come quello africano ed il quadrante indiano sempre stremati dalla fame e lasciati liberi di litigare per un piatto di minestra.

In questo panorama, noi europei potremmo farcela solo se veramente uniti da una istituzione, quella di Strasburgo, che per un lungo periodo dovrà mettere da parte i decimali e dovrà sostenere la ripresa.

Sarà il caso di rivedere le strategie macro-economiche. Non si può lasciare ad una sola nazione, quella cinese, il compito di produrre per nostro conto se non tutto, tantissimo.

Dovremmo tornare a produrre in casa, in primis i prodotti strategici ma anche molte altre merci. Dovremo condividere con gli altri stati europei la strategia delle produzioni food e non-food.

Molte grandi imprese dovranno essere statalizzate e tornare sotto l’ala protettiva dei governi. Solo cosi #Insieme ce la faremo.

Lino Rialti

 

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