IL GIORNO DEL RICORDO

La tragedia delle Foibe
e l’esodo degli istriani e dalmati

 

Istituito con legge del 30 marzo 2004 il Giorno del Ricordo ha il compito di conservare la memoria delle migliaia di vittime della violenza titina e dei 350 mila italiani costretti all’esodo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. La data prescelta è significativa, perché il 10 febbraio 1947 venne firmato a Parigi il trattato di pace che assegnava alla Jugoslavia le terre una volta italiane.

La violenza dei comunisti jugoslavi si abbatté sulla comunità italiane in due riprese, la prima nell’autunno 1943, dopo l’armistizio dell’8 settembre, e la seconda, più terribile, nella primavera del 1945. Gettati vivi nelle foibe, o chiusi nei campi di concentramento e poi buttati nell’Adriatico, morirono circa 11 mila italiani.

Una tragedia, la più grave fra quelle che hanno colpito l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, che è stata a lungo rimossa e perfino negata, e che ancora oggi non è compresa in tutta la sua drammaticità. Ricordarla è un dovere, così come è doveroso ricordare le traversie che quegli italiani sfortunati dovettero subire, vilipesi dai connazionali e costretti a trovare rifugio nei «Villaggi giuliano-dalmati» costruiti in fretta intorno alle periferie di molte città, dove questi esuli in patria cercavano con dignità di ritrovare i fili di una convivenza possibile.

Per molto tempo in Italia parlare delle foibe non era politicamente opportuno: il Partito comunista di Togliatti si era molto esposto nell’assecondare le mire di Tito a Trieste, la Democrazia cristiana di De Gasperi aveva cercato fino all’ultimo di limitare l’esodo dalle terre orientali e poi aveva disperso le comunità giuliane in tutta Italia. Ma era soprattutto la nuova collocazione internazionale della Jugoslavia a rimuovere il passato. Quando maturò la rottura tra Tito e Stalin nel 1948 la Jugoslavia divenne «amica dell’Occidente» e nessuno volle più rievocare le pesanti responsabilità del governo di Tito negli infoibamenti e nella cacciata degli italiani d’Istria e Dalmazia. Nello stesso tempo era possibile far cadere nel nulla i tentativi jugoslavi di estradare a Belgrado ufficiali dell’esercito italiano che erano accusati di stragi e massacri durante la guerra nell’area balcanica.

Così fino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 parlare della tragedia del Confine orientale non conveniva a nessuno. Il cinismo della politica internazionale e i giochi di potere in Italia dovevano decretare la cancellazione del passato. Solo a Trieste rimanevano vive le polemiche, le lacerazioni e le opposte ricostruzioni storiche. Così mentre soltanto nelle sezioni del Msi si teneva vivo tra i militanti il ricordo della tragedia delle foibe e dell’esodo Giuliano Dalmata, la cultura di sinistra dominante sui mezzi di comunicazioni di massa, oscurava la tragedia perfino nei libri di testo nelle scuole.

È soltanto negli ultimi anni che, pur in presenza di residue resistenze negazioniste, questa pagina di storia sta entrando lentamente nella coscienza storica del paese. Grazie anche all’istituzione della Giornata del Ricordo e ad iniziative culturali come la piece «Magazzino 18» che Simone Cristicchi ha coraggiosamente portato nei teatri italiani.

Vincenzo Fratta

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