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Corrotta sì,
mafiosa no

 

La Decima Corte del Tribunale di Roma presieduta da Rosaria Ianniello ha pronunciato ieri la sentenza, attesissima, sul processo che l’accusa aveva voluto intitolare «Mafia Capitale» e che, per tale denominazione, aveva gettato enorme, internazionale discredito, su Roma e l’Italia tutta.

Ci sono state condanne pesanti per gli imputati, riconosciuti colpevoli di due distinte associazioni a delinquere, ma è caduta l’aggravante prevista dall’articolo 416 bis del Codice Penale, ossia l’associazione mafiosa. Un fenomeno corruttivo grave e continuato viene riconosciuto e sanzionato per quello che è, mentre viene rigettata l’«amplificazione» dell’inesistente carattere mafioso, che è stata funzionale al rilievo mediatico dell’inchiesta, alla determinazione dei tempi di carcerazione preventiva e delle misure restrittive applicate contro alcuni imputati, primo fra tutti Luca Gramazio che è rimasto in carcere duro per oltre due anni.

Queste le pene comminate ai principali fra i 46 imputati: Massimo Carminati 20 anni di carcere (invece dei 28 richiesti dalla Procura); Salvatore Buzzi 19 anni (sui 26 richiesti); Riccardo Brugia, braccio destro di Carminati 11 anni (la procura ne aveva chiesti 25 e 10 mesi); Luca Gramazio 11 anni invece dei 19 chiesti dall’accusa; Franco Panzironi, ex Ad di Ama, 10 anni (sui 26 richiesti); Pierpaolo Pedetti, consigliere del Pd, 7 anni; Luca Odevaine, ex Capo di Gabinetto del sindaco Veltroni e poi componente del Tavolo di coordinamento nazionale sui migranti del Viminale, 6 anni e 6 mesi (che diventano 8 per la «continuazione» rispetto alla pena già inflitta da due precedenti sentenze); Mirko Coratti, 6 anni; Andrea Tasson, ex presidente del Municipio di Ostia, 5 anni; Giordano Tredicine 3 anni.

Cinque gli imputati assolti: Giovanni Fiascon, l’ex Dg di Ama, (la procura aveva chiesto 5 anni); Fabio Stefoni, ex sindaco di Castelnuovo di Porto; Giuseppe Mogliani; e i due presunti `ndranghetisti Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero per i quali la Procura aveva chiesto 16 anni di carcere.

In un’Italia, caratterizzata da organi di informazione conformisti e in gran parte appiattiti sulle Procure, le uniche voci che a suo tempo si erano levate per evidenziare l’inconsistenza dell’accusa di Mafia erano state quella più «flebile» del Secolo d’Italia e quella più squillante de Il Foglio.

Il giorno dopo la sentenza, il quotidiano diretto da Claudio Cerasa copre la notizia con tre articoli ricompresi sotto l’unico titolo «Sì, mafia capitale era solo una fiction». Nel primo Massimo Bordin fa l’analisi del processo e di «tutti i suoi flop», nel secondo, il direttore mette in fila giornali, politici, pm e speculatori dell’antimafia che si sono resi «complici di una grande bufala negata da tutti», mentre nel terzo Salvatore Merlo legge in parallelo il «bluff» dell’inchiesta Mafia Capitale e del grillismo al governo. Sono articoli di utile lettura ai quali rimandiamo, così come raccomandiamo la rilettura del brillante e coraggioso pezzo di Giuliano Ferrara del 4 dicembre 2014, «La Corleone dei ‘cravattari’», che esordiva: «Secondo me questa storia della cupola mafiosa a Roma è una bufala. Una supercazzola del tipo ‘Amici miei’ (indimenticata commedia di Mario Monicelli, 1975) nella versione ‘camerati miei’».

Vincenzo Fratta