IL CASO ROCCHELLI-MARKIV

Un perfetto
capro espiatorio

Vitaliy Markiv, capro espiatorio per la morte di Andrea Rocchelli

 

Inizierà il 29 settembre a Milano il processo di appello proposto dalla difesa del militare della Guardia Nazionale Ucraina Vitaliy Markiv avverso alla sentenza di primo grado che lo ha condannato a 24 anni di carcere per concorso in omicidio del fotoreporter Andrea Rocchelli e per il ferimento del giornalista francese Wiliam Roguelon. La morte del giornalista italiano e del suo interprete, il dissidente russo Andrei Mironov, è avvenuta il 24 maggio 2014 nel pressi di Sloviansk in Ucraina orientale, occupata all’epoca dalle truppe filorusse, sotto il comando di Igor Strelkov (Girkin), ex colonello di Fsb russo.

Vitaliy Markiv

Vitaliy Markiv

Roccheli e Mironov insieme al giornalista francese Wiliam Roguelon si trovavano sulla linea del fronte, lungo la ferrovia alle porte della città di Sloviansk, nel suo punto più caldo: da un lato la fabbrica italiana «Zeus Ceramica» dove erano di stanza i filorussi; dall’altro, sulla collina del Karachun, dove era appostata la Guarda Nazionale e esercito ucraino i due furono colpiti a morte da schegge di mortaio.

L’italo ucraino Vitaliy Markiv, sergente maggiore della Guardia Nazionale, fu arrestato il 30 giugno 2017 all’aeroporto di Bologna, dove era sbarcato per andare a trovare la madre, processato e condannato dalla Corte di assise di Pavia.

Secondo i giudici pavesi, Markiv trovandosi nella sua posizione sulla collina Karachun avrebbe avvistato il gruppo dei giornalisti, riconoscendoli come tali, avrebbe sparato con Ak-74 che aveva in dotazione per ucciderli e non riuscendo a colpirli avrebbe comunicato le loro coordinate al suo comandante il quale avrebbe passato le informazioni al gruppo di mortai dell’esercito ucraino.

La testimonianza del giornalista sopravvissuto

Andrea Rocchelli e Andrei Mironov

Andrea Rocchelli e Andrei Mironov

La tesi accusatoria si è basata sulle prove indiziarie, in particolare, sulla testimonianza del giornalista sopravvissuto Wiliam Roguelon che ha dichiarato che i colpi provenivano dalla parte ucraina e sull’articolo di Ilaria Morani, pubblicato nel sito del «Corriere della Sera» che secondo la Corte avrebbe contenuto «la confessione stragiudiziale» di Markiv.

La sentenza ha suscitato molte perplessità e contestazioni. Si possono elencare alcuni momenti critici più importanti. Il primo testimone di accusa, Roguelon ha cambiato la sua testimonianza nel corso degli anni. L’8 ottobre 2014 (4 mesi dai fatti) alla domanda degli inquirenti francesi: «È in grado di fornire le elementi precisi sugli autori dei fatti?» risponde: «Penso fossero soldati governativi ucraini, senza però essere in grado di affermarlo».

Dopo 3 anni cambia la sua versione e alla domanda del Pm italiano: «Ha mai avuto dubbi sulla provenienza dei colpi di mortaio?» risponde: «Sono molto sicuro che i colpi di mortaio provenissero dalla fazione Ucraina in quanto scappando dopo gli eventi, quindi in direzione opposta agli spari, incontravo circa 30 miliziani filo-russi».

L’incontro di Roguelon con i filorussi

C’è di più. Secondo il racconto di Paul Gogo, collega francese di Roguelon che si trovava insieme a lui nel Donbas e al quale Roguelon ha fatto la prima telefonata durante l’attacco, il reporter sembrava sotto schok: «Era completamente in preda al panico», racconta Gogo. «Ho solo capito che era con un russo e un italiano. Non mi ha detto del bombardamento da parte dei militari ucraini o dei separatisti, semplicemente non sapeva cosa fosse successo. Non aveva capito la dinamica dell’accaduto».

Sempre dal racconto del francese, dopo l’attacco nel fossato sono scesi alcuni filorussi sparando colpi con i kalaschnikov cessati subito dopo che Roguelon ebbe dichiarato la sua qualifica di giornalista. Se a sparare nella comitiva fossero stati i soldati ucraini da Karachun come mai non hanno continuato a sparare contro i filorussi che erano in tanti e dovrebbero essere ben visibili? Come mai i filorussi sono scesi nel fossato senza aver paura di essere colpiti dai nuovi colpi dei mortai ucraini? La Procura di Pavia non ha mai indagato sulle eventuali responsabilità dei filorussi, partendo da preconcetto di colpevolezza della parte ucraina.

I giornalisti non erano visibili dalla postazione ucraina

Un altro punto cardine dell’accusa, si basa sempre sul medesimo articolo di Ilaria Morani sul Corriere che dice di aver ascoltato la telefonata citata in viva voce. Oltre a contenere diverse inesattezze difficilmente può essere considerata «una confessione» in quanto l’autore, Marcello Fauci non ha mai ritenuto Markiv un assassino e ha continuato il rapporto di amicizia, lo ha visitato in ospedale tre mesi dopo il fatto e gli ha chiesto un giubbotto antiproiettile che Markiv gli ha regalato.

Inoltre, Morani e Fauci, durante il processo hanno dato le risposte diverse sulla data, luogo, lingua e il contenuto della telefonata.

Come ha sempre sostenuto la difesa di Markiv, dalla sua postazione che distava più di 1700 metri l’italo ucraino non poteva ne vedere il gruppo identificandoli come giornalisti ne tantomeno sparare al gruppo con Ak-74 di cui il tiro utile è di 600 metri.

Negli atti c’è un video di Roguelon, registrato nel momento dell’attacco, in cui si sente il dialogo in russo tra Mironov e l’autista, nel quale Mironov prima di morire racconta che sono capitati in mezzo a una sparatoria (fuoco incrociato) da tutte due le parti, che vicino c’è qualcuno che spara con quello che ha e che c’è un mortaio vicino. Ma questa testimonianza di Mironov non è stata considerata dalla Corte.

Un perfetto capro espiatorio

Un fatto pacifico è che militari ucraini si trovavano solo sulla colina Karachun mentre invece tutto il territorio compreso luogo di morte dei giornalisti era occupato dal filorussi.

Probabilmente se in Italia si fosse fatta un’indagine accurata ed effettuato un sopralluogo sul luogo dove erano caduti i due giornalisti, si sarebbe arrivati alla conclusione che Markiv e gli ucraini non potevano vedere ne la strada ne il fossato e che la «responsabilità» della morte dei giornalisti doveva essere ascritta con maggiore probabilità ai separatisti del Donbas.

La circostanza che tra i 140 militari ucraini presenti quel tragico giorno sulla collina presso Sloviansk ce ne fosse uno solo con la doppia cittadinanza e quindi processabile in Italia, ha trasformato Vitaliy Markiv nel capro espiatorio perfetto.

La sentenza dei giudici di Pavia era stata accolta come un caso esemplare di giustizia dalla Federazione nazionale della stampa e dalle famiglie delle vittime.

Secondo le autorità di Kyiv si è trattato invece di una condanna arbitraria basata su prove indiziarie, in un clima politico influenzato dalla propaganda russa. Posizione ribadita nel corso di una conferenza stampa svoltasi il 31 agosto a Kyiv dal Ministro degli interni ucraino Arsen Avakov che ha concluso il suo intervento augurandosi che la Corte d’Appello di Milano esamini la vicenda Markiv in modo imparziale.

Durante l’incontro sono stati anticipati i risultati delle indagini condotte dagli ucraini che dimostrano in modo incontestabile l’estraneità di Markiv.

Il 1 settembre a Palazzo Madama è stata presentata l’anticipazione del documentario dal significativo titolo «The wrong place» che quattro giornalisti italiani e ucraini stanno realizzando. Con l’ausilio di un drone e della mappa 3D del terreno è stato scientificamente stabilito che non c’era la visibilità dalla posizione di Markiv verso il luogo della tragedia, invece con il test balistico i giornalisti hanno dimostrato che a distanza di 1700 è impossibile mirare e colpire con Ak-74.

Spetterà ora alla Corte di Appello di Milano stabilire la verità sulla morte del giornalista e del suo interprete e decidere del destino di Markiv.

Andrea Rocchelli faceva il suo dovere di informare il mondo sulla guerra, Vitaliy Markiv svolgeva il suo dovere di difendere la patria contro l’aggressione russa.

Ci si auspica un processo equo e giusto. Per tutti due.

Vincenzo Fratta
con Oles Horodetskyy

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