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Con i patrioti ucraini,
nonostante Biden

 

Nei giudizi di molti ambienti della destra italiana sull’invasone russa dell’Ucraina avverto il prevalere di valutazioni geopolitiche di carattere generale (del tutto astratte o teoriche) rispetto all’evidenza di una nazione e di un popolo europeo che sta lottando (realmente e concretamente) per la sua libertà e per la sua indipendenza.

Kiev. Il monastero ortodosso del Lavra con sullo sfondo il fiume DniproHo avuto la fortuna in passato di trascorrere due mesi in Ucraina, di visitare alcuni luoghi simbolo del paese, e, una volta rientrato in Italia, di approfondire le sue vicende storiche. Proverò a riassumerle, ribadendo anche la mia distanza dal mondo unidimensionale a trazione statunitense.

Non prima di aver chiarito che gli ucraini sono un popolo distinto dai russi, un popolo valoroso che a più riprese nel corso degli ultimi 100 anni ha lottato per la sua indipendenza. Un popolo che ha pagato all’imperialismo sovietico, del quale ora Putin si propone continuatore, un tributo di sangue quantificabile in milioni di vittime in un contesto di sofferenze inimmaginabili.

Occorre comprendere che la rivolta di piazza Maidan del 2014, aiuti o non aiuti dall’estero, non è stato un fenomeno costruito a tavolino od eterodiretto, ma la reazione di un popolo europeo sovrano per mantenere e consolidare l’indipendenza conquistata nel 2000. Di tale realtà la destra radicale deve prendere atto.

Quale sia lo spirito, il coraggio e la determinazione che anima gli ucraini lo stiamo vedendo in queste tragiche giornate.

Europa e Stati Uniti realtà distinte

La statua di Dante in uno dei parchi nel centro di KievSiamo e restiamo antiamericani, convinti che Europa e Stati Uniti non debbano essere accumunati in un unico Occidente, ma siano e restino due entità distinte e dagli interessi contrapposti.

Restiamo consapevoli che dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica l’Europa avrebbe dovuto sterilizzare la Nato e costituirsi una propria difesa strategica e di pronto intervento per gli scenari limitati di crisi, in primis nel nord Africa.

Avremo voluto che l’Europa non assecondasse la politica americana in medio oriente e la stessa «fretta» con la quale si è proceduto ad inserire nella Nato i paesi da poco liberati dal giogo sovietico.

Considerati gli ostacoli del Regno Unito ad un più salda collaborazione europea, abbiamo gioito per la Brexit. E allo stesso modo ci siamo rallegrati per la presidenza Trump che faceva cadere il velo di ipocrisia che consentiva ai burocrati, che allora paralizzavano la Ue, di credere di non essere soltanto degli junior partner agli ordini dello zio Sam.

Queste nostre valutazioni mantengono tutta la loro validità, ma scendono di importanza, vanno in secondo piano, rispetto alla condanna ferma e senza attenuanti dell’invasione russa dell’Ucraina.

Tutta la nostra solidarietà, tutto il nostro sostegno, tutta la nostra empatia va alla lotta dei militari e dei civili ucraini intenzionati a battersi strada per strada contro le truppe neo-sovietiche.

Inoltre è del tutto evidente come la scelta di Putin di cancellare l’Ucraina, come primo passo di un tentativo forse più ampio di allargare la Russia ai confini dell’Unione Sovietica ante-1945, abbia ridato vita all’Alleanza Atlantica, cancellando per un tempo indefinito le ambizioni europee di affrancamento dagli Yankee.

In sostanza il giovedì 24 febbraio 2022 per i patrioti Europei peserà più di quanto ha pesato l’11 settembre 2001 per gli Stati Uniti, riportando indietro le lancette della storia.

1919 La prima Repubblica Ucraina

La tomba di Ivan Franco nel cimitero monumentale Lychakivsche a LeopoliL’aspirazione all’indipendenza da Mosca era viva in Ucraina fin dall’Ottocento, dove intellettuali e piccoli cenacoli gettarono le basi del nazionalismo ucraino. Le due figure più importanti furono Taras Shevchenko (1856-1861) considerato il poeta nazionale ucraino, e l’intellettuale Ivan Franco (1856-1917) che con la sua opera darà unitarietà al processo culturale ucraino.

La fine del Primo conflitto mondiale aveva portato alla dissoluzione dell’Impero Asburgico, e di lì a poco con la Rivoluzione dell’ottobre 1917 di quello Zarista.

Ritratto del poeta nazione ucraino Taras Shevchenko (1856-1861)Ne approfittarono subito per dichiarare la loro indipendenza sia gli ucraini della Galizia Orientale e della Volinia, sia quelli della parte orientale compresa nell’Impero zarista. Diedero vita a due repubbliche indipendenti che nel 1919 si unirono nella Repubblica Popolare Ucraina sotto la presidenza di Symon Petliura.

La guerra civile seguita alla presa del potere dei bolscevichi si combattè principalmente proprio in territorio ucraino. Oltre alle armate bianche filozariste e ai bolscevichi dell’armata rossa, sul terreno c’era appunto l’esercito della Repubblica Popolare Ucraina e infine le bande anarchiche di Nestor Machno (1888-1934) che dal 1917 controllavano un ampio territorio dell’Ucraina sud orientale, con base nella cittadina di Guljaj Pole nell’oblast di Zaporizzja.

La mancata percezione del pericolo mortale costituito dal bolscevismo, impedì ai Russi Bianchi di Denikin e Vrangel’ di fare fronte comune con gli ucraini di Petliura, mentre gli anarchici combatterono contro tutti e in alcune occasioni diedero manforte ai bolscevichi.

Symon Peltjura (1879-1926), presidente della prima Repubblica Ucraina nel 1919-20Ciò consentì all’Armata rossa di affrontare separatamente i diversi nemici e batterli uno alla volta. Dopo la sconfitta delle armate bianche, toccò agli ucraini di Petliura.

Il presidente ucraino era riuscito a stringere un’alleanza con la Polonia e insieme all’esercito polacco il 6 maggio riuscì a riconquistare Kiev. Già il mese successivo i bolscevichi invertirono la situazione ricacciando indietro i polacchi fino dentro i loro confini e costringendoli ad un frettoloso armistizio il 12 ottobre 1920.

Infine nel 1921 furono spazzati via gli anarchici. Machno dovette rifugiarsi prima in Romania poi in Polonia ed infine riparare nel definitivo esilio di Parigi. Tutti gli anarchici, ex anarchici e i machnovisti che rimarranno o torneranno «perdonati» in Ucraina saranno giustiziati tra il 1935 e il 1938 durante le purghe staliniane.

Nella capitale francese si era rifugiato anche il presidente Petliura che il 25 maggio del 1926 venne assassinato dalla mano di un sicario armato da Mosca.

Terminata la guerra civile e consolidato il potere bolscevico, su tutto il territorio ucraino si abbattè il pugno di ferro di Mosca, con esecuzioni, deportazioni e prigionie. Intanto le devastazioni della guerra civile provocarono una prima «naturale» carestia e una consistente immigrazione verso le americhe.

1932-33 Holodomor, l’Olocausto ucraino

Kiev. Museo dell'HolodomorTra l’autunno 1932 e l’estate del 1933 l’Ucraina e il resto dei territori finiti sotto il giogo bolscevico subirono l’Holodomor, lo sterminio per fame perpetrato dai bolscevichi per ordine di Stalin.

Holodomor è una parola composta che deriva dalla espressione moryty holodom, letteralmente «infliggere la morte mediante la fame». La lingua ucraina ha combinato quindi le parole holod (fame, carestia) e moryty (uccidere, esaurire, condannare a morte) per coniare un termine che vuole mettere in rilievo l’intenzionalità di procurare la morte attraverso la mancanza di cibo.

Per fiaccare la resistenza dei contadini alla collettivizzazione dei terreni introdotta nel 1928, che ordinava il conferimento dei loro piccoli apprezzamenti di terra nelle aziende agricole collettive (kolchoz), Stalin decise nel 1932 di procedere alla confisca di tutte le scorte di grano, dei generi alimentari, degli animali da lavoro e da cortile, utensili da lavoro e macchinari.

La decisione riguardava tutte le regioni cadute sotto il dominio sovietico ma fu applicata con particolare rigore e zelo in Ucraina e nei territori confinanti del Caucaso settentrionale e del Basso Volga.

Nel caso dell’Ucraina, oltre a fiaccare definitivamente il ceto contadino si voleva distruggere la mai sospita aspirazione del popolo ucraino all’indipendenza.

Di fronte alla carestia, migliaia di persone tentarono di lasciare le campagne per le città alla ricerca di cibo, ma furono rimandare indietro dall’esercito, morendo il più delle volte a piedi sulla via del ritorno o nei vagoni dei treni dove venivano ammucchiati.

Quelli che restarono o riuscirono a tornare nei loro villaggi, morirono giorno dopo giorno. Prima i più deboli, anziani e bambini, e poi tutti gli altri.

I sette milioni di morti

Kiev. Museo dell'HolodomorSecondo le stime più prudenti, le morti determinate dall’Holodomor furono circa 7 milioni, dei quali 4,5 milioni in Ucraina e 1,5mln negli altri territori. Altre stime considerano questa cifra adeguata alla sola Ucraina.

Un altro territorio particolarmente colpito fu il Kazakhistan, in quanto la maggioranza della popolazione era costituita da pastori nomadi, fortemente ostili alla collettivizzazione imposta dai sovietici.

L’Holodomor è stato definito un «Olocausto dimenticato» perché la comunità internazionale dell’epoca non si rese conto o non volle rendersi conto della tragedia che stava avvenendo in Russia. Inseguito i sovietici divennero alleati delle democrazie occidentali nella Seconda guerra mondale e poi una delle due superpotenze che si erano spartite il dominio sul mondo.

Così soltanto a partire dal 1991 con la dissoluzione dell’impero sovietico e la dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina che si è potuto cominciato a parlare della tragedia dell’Holodomor.

Gli storici hanno avuto finalmente accesso almeno a parte degli archivi dell’ex Urss, sono stati scritti libri e sono state girati anche alcuni film. Ma la percezione del genocidio degli ucraini, a differenza dell’Olocausto degli ebrei, non è ancora entrata nella memoria comune dell’Europa.

Eppure i due Olocausti, quello degli ebrei e quello dei contadini che lo precedette di dieci anni, presentano nel loro orrore una terribile analogia che va oltre il numero almeno equivalente di vittime.

Nel caso degli ebrei ci troviamo di fronte allo sterminio di una razza in quanto tale, nel caso dei contadini allo sterminio di un ceto economico in quanto tale. Un popolo viene rinchiuso fino a morire nei campi di concentramento, un altro vede il suo villaggio trasformarsi in un campo di sterminio a cielo aperto.

La nascita del nazionalismo ucraino

Yevhen Konovalets (1891-1938), fondatore dell'OunDopo la stabilizzazione delle frontiere seguito al consolidarsi dell’Unione Sovietica, i territori ucraini si ritrovarono dunque divisi tra Urss, Polonia, Romania e Cecoslovacchia.

Il nazionalismo ucraino prendeva coscienza di sé e si organizzava politicamente. L’idea era di partire dalla Galizia per riunificare l’intera Ucraina in uno stato indipendente. L’ideologo di quello che è stato definito «nazionalismo integrale ucraino» fu Dmytro Dontsov (1883-1973).

Il suo programma per la liberazione dell’Ucraina partiva dal presupposto che la Russia fosse il principale nemico del Paese e che la spina dorsale del movimento di liberazione dovessero essere i contadini o «la massa» della nazione, piuttosto che le élite urbane o l’intellighenzia.

Sul versante politico, per iniziativa di un gruppo di ufficiali, si era costituita l’Organizzazione militare Ucraina (Uvo), comandata dal colonnello Yevhen Konovalets (1891-1938), un ufficiale galiziano che aveva combattuto contro i bolscevichi nel corpo scelto dei Fucilieri della Sić.

Nel 1929 l’Uvo ed altri piccoli raggruppamenti studenteschi diedero vita all’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (Oun) il cui principio ideologico fondamentale era la subordinazione di ogni cosa al conseguimento della statualità Ucraina.

Stefan Bandera (1909-1959), capo politico dell'Oun Ai veterani si affiancava ora una nuova generazione di politici e di combattenti tra i quali spiccavano Stefan Bandera (1909-1959) futuro capo politico dell’Oun, e Roman Shukhevych (1907-1950) che alla sua fondazione nell’ottobre 1942 assumerà il comando dell’Esercito Insurrezionle Ucraino (UPA).

Le attività di sabotaggio dell’Uvo si svolgevano prevalentemente contro le forze occupanti bolsceviche e polacche, ma finivano per infastidire le polizie degli altri stati.

Così nel 1922 Konovalets fu costretto all’esilio. Visse in diversi paesi fra i quali l’Italia, per stabilirsi infine a Rotterdam dove nel 1938 fu assassinato in un attentato di un agente del Nkvd.

Nelle sue memorie l’agente sovietico racconta che l’omicidio gli fu ordinato direttamente da Stalin con le seguenti parole: «Questo non è semplicemente un atto di vendetta, anche se Konovalec è un ‘agente’ del fascismo tedesco. Il nostro obiettivo è quello di ‘decapitare’ il movimento fascista ucraino all’insorgere della guerra e costringere questi ‘delinquenti’ ad annientarsi a vicenda nella lotta per il potere». Un’assonanza sorprendente con certe odierne affermazioni di Putin verso Zelensky e il gruppo dirigente ucraino.

1941 La seconda Repubblica Ucraina

I ritratti affiancati di Stefan Bandera e Roman Shukhevych, sul banco di un mercato artigianale nei pressi di Poltava (foto dell'autore 2016)Dopo l’uccisione di Konovalec, il suo sostituito Andrii Melnyk tenne nell’agosto del ‘39 a Roma il congresso dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, nella previsione che quando l’espansionismo tedesco fosse entrato in collisione con la Polonia e la Russia, l’Oun sarebbe potuto diventare il partito guida di una Ucraina riunita, alleata dell’Italia e della Germania.

Più scettico riguardo alle intenzioni dei tedeschi si mostrava l’emergente capo dell’area «rivoluzionaria» dell’Oun, il trentenne Stepan Bandera, al momento detenuto in un carcere polacco per la sua attività politico-insurrezionale.

Nonostante il campanello di allarme costituito dal Patto Ribbentrop-Molotov per la spartizione della Polonia che assegnava la Galizia ai sovietici, Stepan Bandera tentò di raggiungere l’indipendenza ucraina attraverso la Germania.

Giunti per primi a liberare Kiev insieme alle avanguardie dell’esercito tedesco i membri dell’Oun proclamarono il 30 giugno 1941 alla radio l’«Atto di restaurazione dello Stato ucraino».

Anche la seconda Repubblica Ucraina era però destinata a non nascere, prima per la miopia delle autorità tedesche e poi per la rioccupazione del paese da parte dell’Armata Rossa.

A nulla valse l’apprezzamento dei comandi militari e l’appoggio di alcuni alti esponenti nazionalsocialisti favorevoli ad un Ucraina indipendente alleata del Reich.

La decisione di Hitler fu di completo diniego. La dichiarazione di indipendenza fu annullata e Stepan Bandera con molti quadri dirigenti dell’Oun fu arrestato e finì nel campo di concentramento di Sandhausen.

In ogni caso molte migliaia di volontari ucraini si arruolarono per combattere contro l’Armata Rossa. E quando nel 1943 la guerra volse al peggio per i tedeschi, Bandera e gli altri prigionieri dell’Oun furono liberati.

Dall’ottobre 1942 i patrioti ucraini avevano intanto cominciato la loro lotta nelle file dell’Armata Insurrezionale Ucraina. Pertanto l’Upa nei primi mesi della sua esistenza dovette combattere non solo i sovietici ma anche i tedeschi.

Dopo la sconfitta della Germania, mentre sull’Ucraina e su tutte le altre regioni d’Europa dell’Est, si scatenava la repressione sovietica, i partigiani anticomunisti riuniti nell’Armata Insurrezionale Ucraina continuarono comunque a combattere per la libertà del loro paese fino al 1950, quando il suo comandante Roman Shukhevych fu ucciso in un agguato.

Per eliminare del tutto l’Upa, truppe russe, polacche e cecoslovacche dovettero collaborare in operazioni congiunte portate avanti fino al 1954.

In sostanza mentre gli anglo-americani consegnavano al boia sovietici i prigionieri cosacchi e delle altre etnie dell’Europa orientale che avevano combattuto contro i bolscevichi, i partigiani ucraini continuavano a battersi nei boschi della Galizia e sulle montagne dei Carpazi.

La storia delle uccisioni, delle violenze e delle deportazioni subite dalla popolazione civile ucraina durante la prima occupazione russa del 1939 e al termine della Seconda Guerra Mondiale è del tutto sconosciuta in Italia e probabilmente in buona parte degli Stati che compongono l’Unione europea, per altri versi tanto attenta alla memoria del secolo dei totalitarismi.

Come gli altri artefici dei primi due tentativi di indipendenza ucriana – Petljura e Konovalets – anche Stepan Bandera fu assassinato durante l’esilio da un agente sovietico, che il 15 ottobre 1959 a Monaco di Baviera lo colpì sul pianerottolo della sua abitazione.

Il destino degli odierni difensori dell’Ucraina indipendente si sta invece scrivendo in queste giornate di resistenza contro l’invasione militare.

2013-2022 Un popolo in lotta

La rivolta in piazza Maydan nel 2012-2014L’avere ripercorso, sia pur estrema sintesi, un secolo di lotta per l’indipendenza del popolo ucraino credo possa servire a comprendere che considerare la rivolta di piazza di Maidan del 2013-2014, con la cacciata del presidente filorusso, come un evento eterodiretto dall’Occidente sia al tempo stesso un errore storico e un abbaglio politico.

Ma meglio di ogni nostra ricostruzione parla il comportamento del popolo ucraino in questo ennesimo difficile frangente della loro storia. La sua resistenza, il suo coraggio e la sua determinazione contro l’invasore neo-sovietico ci mostrano, senza alcun possibilità di equivoco, da quale parte sono schierati i patrioti europei.

Vincenzo Fratta

 

 

Ucraina, una Bibliografia
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