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STATI UNITI

Per Trump torna lo spettro
impeachment

 

Negli Usa si torna a parlare di impeachment (messa in stato di accusa) del presidente Donald Trump, una mossa che l’establishment Democratico sogna di poter attuare da quando il tycoon è stato eletto e che probabilmente non dispiacerebbe nemmeno ai vertici dei Repubblicani.

L’ultimo presunto scandalo che vede coinvolto l’inquilino della Casa Bianca è una telefonata avvenuta lo scorso 25 luglio nel quale Trump chiede al presidente ucraino Volodymyr Zelensky il favore di avviare un’indagine su Joe Biden, da molti indicato come favorito nella corsa alla nomination repubblicana per le presidenziali del prossimo anno.

La trascrizione della chiamata è stata diffusa ieri dopo l’annuncio dell’apertura alla Camera di un’inchiesta formale di impeachment.

Il presidente ucraino ha smentito la portata della telefonata riferendo che: «Nessuno ha fatto pressioni su di me. È stato un colloquio normale, abbiamo parlato di molte cose». Anche il primo mandatario statunitense ha negato ogni forma di pressione o ricatto nei confronti di Kiev: «È solo una fake news, una bufala, il proseguimento della più grande caccia alle streghe della storia americana. Nessun presidente è stato mai trattato così male».

Di tutt’altro tono ovviamente le reazioni dei democratici che parlano di «smoking gun», la pistola fumante: quelle cinque paginette rappresenterebbero la prova definitiva che il presidente si è macchiato del gravissimo reato di abuso di potere a fini politici personali, mettendo tra l’altro a rischio la sicurezza nazionale.

Secondo la trascrizione ufficiale Trump avrebbe chiesto ripetutamente a Zelensky di contattare il ministro della giustizia americano William Barr (che si è però detto all’oscuro di tutto) e il legale personale del tycoon Rudy Giuliani per discutere la possibile riapertura a Kiev di un’indagine per corruzione a carico di Joe Biden e di suo figlio.

Nonostante l’entusiasmo degli «Asinelli» la strada verso il possibile impeachment appare lunga e irta di ostacoli, tanto che nella ultra secolare storia parlamentare statunitense solo due presenti sono stati coinvolti in un’inchiesta formale: Andrew Johnson e Bill Clinton.

Per legge la messa in stato d’accusa può scattare solo quando ci sono gli estremi che configurano comportamenti eccezionalmente gravi da parte del presidente, come l’alto tradimento, l’attentato alla Costituzione o altri reati come l’abuso di potere, la corruzione e la violazione della sicurezza nazionale.

Il processo politico partirebbe dalla Camera, attualmente in mano ai democratici. I deputati di almeno sei commissioni parlamentari dovrebbero portare avanti le indagini. Al termine di questa prima fase i risultati confluiranno presso la commissione giustizia che dovrà poi decidere se le accuse sono sufficienti o meno. A quel voto si vota in aula dove basta la maggioranza semplice.

Se la maggioranza della Camera bassa vota a favore scatta il processo al Senato dove tutti i passaggi avverranno sotto la supervisione del presidente della Corte Suprema. Il voto del Senato, attualmente in mano ai repubblicani, ma con un vantaggio minimo sui democratici, per far staccare l’impeachment dovrà vedere la maggioranza dei due terzi schierata in tal senso. A quel punto scatta la messa in stato d’accusa.

Fabrizio Di Ernesto

 

Nella foto di copertina: una curiosa espressione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante un’incontro ufficiale con Donald Trump. Sopra: Joe Biden con alle spalle il parlamento di Kiev

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