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STATI UNITI

L’ambasciatore Sondland
mette nei guai Trump

 

Si complica la corsa di Donald Trump verso il secondo mandato presidenziale a causa di un impeachment che continua a salire nelle quotazioni dei bookmakers.

«Agimmo su ordine di Trump che ci disse di lavorare col suo avvocato Rudy Giuliani. Ci fu quid pro quo, con gli aiuti militari e l’invito alla Casa Bianca per il presidente ucraino Volodymyr Zelensy subordinati all’apertura di un’inchiesta sui Biden. Tutti sapevano, compresi il segretario di stato Mike Pompeo e il vicepresidente Mike Pence».

Questi in sintesi i principali passaggi della testimonianza dell’ambasciatore Usa alla Ue di Gordon Sondland nell’indagine di impeachment alla Camera.

Le parole del rappresentante di Washington a Bruxelles rischiano ora di destabilizzare tutti i vertici statunitensi, non solo rendere più traballante la poltrona di Trump alla Casa Bianca. Rumors d’Oltreoceano parlano infatti di un Pompeo pronto a rassegnare le dimissioni, ufficialmente per concentrarsi sulla sfida elettorale per un seggio in Senato in rappresentanza del Kansas.

Le dichiarazioni di Sondland appaiono ancora più gravi considerando che si tratta di un personaggio molto vicino al miliardario, nominato ambasciatore a Bruxelles dallo stesso Trump e che figura tra i principali finanziatori della sua campagna elettorale e che aveva un filo diretto con la Casa Bianca.

Inizialmente i Dem pensavano che una sua deposizione potesse andare a favorire lo stesso presidente ma che ora potrebbe risultate decisiva ai fine della messa in stato d’accusa del successore di Barack Obama.

Sondland ha dichiarato che alle pressioni su Kiev lavorò con Giuliani, l’avvocato personale del primo mandatario statunitense, su «espresso ordine del Presidente». Il diplomatico ha però anche precisato che il tycoon non gli disse «mai direttamente» che la visita alla Casa Bianca e gli aiuti militari a Kiev fossero subordinati all’apertura di un’inchiesta ma, ha sottolineato, «era chiaro a tutti che ci fosse un legame».

Il diplomatico ha poi respinto l’accusa di aver fatto parte di un’operazione segreta per aggirare i canali diplomatici ufficiali: «tutti erano tenuti informati, non era un segreto», ha affermato, chiamando in causa Pompeo e due suoi collaboratori, il capo ad interim dello staff della Casa Bianca Mick Mulvaney, il consigliere di quest’ultimo Rob Blair, il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, la sua vice Fiona Hill e il suo successore Timothy Morrison.

Oltre a Trump come anticipato che potrebbe essere penalizzato da questa testimonianza è Pompeo, già accusato dal presidente di non aver fatto abbastanza per bloccare le deposizioni dei diplomatici.

Fabrizio Di Ernesto

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