L’ASSASSINIO DI SOLEIMANI

Il mondo invita
gli Usa alla calma

 

Gli Stati Uniti dovrebbero smettere di abusare della forza militare e cercare soluzioni attraverso il dialogo. Non ha usato giri di parole Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, nel corso di un colloquio telefonico con l’omologo di Teheran Mohammad Javad Zarif, nel corso del quale ha ribadito il sostegno di Pechino al governo della Repubblica islamica.

l rappresentante del governo cinese ha sottolineato come il comportamento delle forze militari Usa violi le norme di base delle relazioni internazionali e peggiori le tensioni nella regione riferendosi all’operazione che ha portato all’uccisione di Qassem Soleimani comandante della Forza Quds del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica iraniana.

La notte tra il 2 ed il 3 gennaio infatti nella capitale irachena Baghdad, un missile partito da un drone americano MQ-9 Reaper ha centrato con precisione chirurgica un convoglio in uscita dall’aeroporto dove si trovava il generale iracheno, considerato tra gli uomini più potenti di Teheran che in Siria aveva combattuto e sconfitto i terroristi islamici dell’Isis di altre formazioni islamiche anti Assad risultate in più occasioni colluse con gli Usa. Probabilmente proprio il sostegno offerto al presidente siriano Bashar al-Assad e la vittoria contro i ribelli hanno portato il presidente Usa Donald Trump ad ordinare il suo assassinio.

Anche la Russia, storico alleato dell’Iran, commentando l’uccisione di Soleimani aveva criticato Washington parlando di «crimine atroce», con i rappresentanti del governo moscovita che hanno parlato di «scelta miope da parte degli Usa» che rischia ora di alzare ancora di più la tensione nella regione.

Quasi tutto il mondo, eccezion fatta per Israele, l’Arabia Saudita e politici sparsi – su tutti l’italiano Matteo Salvini che come spesso gli accade in politica estera ragiona per partito preso e non valutando le conseguenze – hanno criticato la decisione presa dalla Casa Bianca che secondo gli esperti internazionali porterà ora lo scontro su «uncharted water» ovvero acque inesplorate.

L’Iran infatti ha già promesso vendetta e gli Usa, come Israele ed Arabia Saudita, sembrano attendere solo il pretesto per scatenare una vera e propria guerra dagli esiti imprevedibili.

La guida suprema Khamenei ha promesso «una dura reazione» invitando i nemici a «preparare le bare» tramite una vendetta che «arriverà nel momento e nel posto giusti». Anche perché in un dove numerose sono le proteste contro il governo, anche a causa dell’embargo Usa, l’assassinio di Soleimani sta ora facendo ricompattare la popolazione contro il nemico yankee che già negli anni ’80 li costrinse ad una lunga lotta contro l’Iraq. A Teheran migliaia di cittadini sono scesi in strada al grido di «morte all’America», bruciando bandiere a stelle e strisce e innalzando cartelli con l’effige di Soleimani.

Di fatto gli Usa si preparano alla guerra, l’ennesima nella loro storia, tanto che il Dipartimento di stato Usa ha ordinato l’evacuazione dei cittadini americani temendo il peggio mentre il Pentagono ha già fatto sapere che stanno per arrivare in Medio Oriente, tra Iraq e Kuwait, altri 3.000-3.500 soldati.

Fabrizio Di Ernesto

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