LA GIORNATA MONDIALE DEI BAMBINI

Il Papa cede la scena a Benigni
che quasi sciupa l’occasione

Papa Francesco lascia a Roberto Benigni la conclusione della Giornata mondiale dei bambini ma il comico quasi sciupa l'occasione

 

Domenica Papa Francesco ha lasciato campo a Roberto Benigni per chiudere l’esperienza della Giornata mondiale dei bambini. E il comico toscano si è prodotto in un discorso agrodolce, a tratti gratuitamente astioso, che è salito di livello soltanto nel finale.

Giornata mondiale del Bambini. Il bacio di Roberto Benigni a Papa FrancescoLa manifestazione era iniziata il sabato con numerosi eventi. Allo stadio Olimpico il Papa aveva dato letteralmente «il calcio di inizio» per poi spronare i bambini in un clima di festa.

I cori da stadio per la pace sono emozionanti e rendono bene l’idea che si vuole trasmettere.

Un nuovo mondo a misura di bambino, d’altronde il motto della giornata era la frase evangelica di Gesù: «Io faccio nuove tutte le cose».

La Messa e la benedizione del Papa

Dopo la Messa, spiegata ai bambini mentre si svolgeva, e la Benedizione, è stato il momento dell’Angelus. I momenti dell’Annunciazione e del Fiat, il sì, di Maria, sono stati richiamati insieme prima di una preghiera corale, l’Ave Maria.

Vedere i bambini pregare è un qualcosa che riempie l’anima, certamente non una funzione asettica e distante.

Si è vista la riforma liturgica in azione, la fruttuosa partecipazione dell’Assemblea, del popolo.

Chissà che quest’azione permetta una maggiore tolleranza dei pargoli nelle Chiese, e soprattutto delle loro inevitabili intemperanze.

Dopo il saluto del Papa è venuto il momento del monologo di Roberto Benigni.

Il discorso di Roberto Benigni

Roberto Benigni alla Giornata Mondiale dei BambiniL’evento era molto atteso, tanto da sembrare il culmine della programmazione, e l’ospite più importante. Effettivamente, la scaletta sembra collocarlo proprio al posto dei saluti che chiudono l’Angelus del Papa, spesso accompagnati dagli accorati appelli per le gravi situazioni che affliggono il mondo, rilanciati dalle agenzie di tutto il mondo.

Questo pulpito sul mondo che il Papa si concede ogni domenica, è stato quindi occupato dal comico che, tuttavia, non è stato in grado di valorizzare a dovere l’occasione.

Devo dire che l’inizio l’ho trovato stentato, ripetitivo, spesso esagerato nei complimenti e negli elogi verso il Papa.

Non che dovesse essere dissacrante, ma credo che l’affetto che rompe le barriere istituzionali che lo hanno visto protagonista in altri frangenti (ad esempio con Berlinguer) abbia lasciato il posto alla vertigine di chi, per trovare la sua identità, ha dovuto per prima cosa evidenziare i confini con gli altri.

Mi riferisco alla battuta su Giorgia Meloni, che insieme al «campo largo», hanno dato la sensazione della palese inopportunità.

Non erano certamente indirizzate a dei bambini, ma a perpetuare l’agone elettorale in un contesto del tutto inappropriato.

Una citazione fuori luogo

Il saluto al «Signor Presidente del Consiglio», è uno sgarbo poco educativo e irrispettoso verso una donna.

È noto che Meloni abbia voluto mantenere l’uso maschile del ruolo istituzionale, ma Signore a una donna non si può mai dire.

Sembra che Benigni si sia volontariamente voluto rifare alla nota diffusa dall’agenzia Ansa il giorno dell’insediamento del governo Meloni contenente una presunta (senza protocollo, o data) comunicazione di Palazzo Chigi, evidentemente strampalata, in cui si diceva che per il nuovo Capo del Governo l’appellativo da usare era «Il Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Giorgia Meloni».

Ne seguiva una smentita del Segretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri Carlo Deodato: «Con riferimento alla nota in oggetto, con la quale è stato comunicato quale appellativo da utilizzare per il Presidente del Consiglio la dicitura ‘il Signor Presidente del Consiglio dei Ministri’, si precisa che tale formula è stata adottata dagli uffici della Presidenza in quanto indicata come la più corretta dall’Ufficio del Cerimoniale di Stato e per le Onorificenze.

Tuttavia, il Presidente del Consiglio, On. Giorgia Meloni, chiede che l’appellativo da utilizzare nelle comunicazioni istituzionali sia ‘Il Presidente del Consiglio dei Ministri’. Si chiede, quindi, di non tener conto della nota in oggetto, in quanto sostituita dalla presente».

La stessa Accademia della Crusca, pur ritenendo possibile la declinazione dell’appellativo del ruolo, escludeva in maniera categorica ogni attribuzione di Signore ad una donna, anche richiamando le espressioni francesi «Madame le Président» alla maniera antica, e «Madame la Présidente» alla maniera moderna.

Il voluto errore di Benigni, peraltro da uno che ha poi consigliato di leggersi i vocabolari richiamando l’importanza dell’uso delle parole, sottolinea uno sgarbo che non avrà fatto piacere a nessuno.

Non era poi certo il palco adatto per una satira, per cui non ci sono certo ragioni per difendere l’incipit infelice.

Proprio la felicità e la gioia, poi, erano i punti di riferimento dati ai bambini, che hanno scoperto il giorno prima la «croce della gioia», bussola che lo stesso Benigni ha poi colto riuscendo a guidare il suo discorso oltre il pantano iniziale.

Quasi scontate le contraddizioni con i dogmi cristiani, dal papa-donna alla mancanza dell’inferno (e pure del Purgatorio, per essere ancora più chiari), una «licenza poetica» nemmeno tanto funzionale per spiegare il suo discorso (dato che ha parlato anche di «mondo malato»), che quasi suscitano sbadigli invece di riprovazione.

Finalmente sintonizzato sui bambini

Il turning point, a mio avviso, è coinciso con la citazione di G.K. Chesterton, letterato inglese molto conosciuto negli ambiti conservatori cattolici. La frase peraltro non è propriamente dell’autore dei «Racconti di padre Brown» e non è nemmeno stata riportata la frase originale che è la seguente: «Le favole sono più che vere; non perché raccontano che esistono i draghi, ma perché ci dicono che i draghi possono essere sconfitti».

In realtà, ciò che questo autore vuole significare, non è tanto una lotta impersonale tra il bene e il male, con quest’ultimo raffigurato in maniera fanciullesca e superstiziosa con il drago, rafforzando l’idea dell’inesistenza del diavolo (il Papa peraltro ne ha ribadito la presenza e il carattere malvagio anche ai bambini il giorno prima).

Un’altra citazione chiarirà meglio il punto: «Le favole non danno al bambino la prima idea di uno spirito cattivo. Ciò che le favole danno al bambino è la prima chiara idea della possibile sconfitta dello spirito cattivo. Il bambino conosce dal profondo il drago, fin da quando riesce ad immaginare. Ciò che la favola gli fornisce è che esiste un San Giorgio che uccide il drago (What the fairy tale provides for him is a St. George to kill the dragon)».

Il grande valore delle fiabe viene comunque ribadito da Benigni, citando Gianni Rodari e i capolavori di ogni latitudine (chiamando i loro autori, amici), immensamente più inestimabili di ogni scoperta scientifica e, al contrario di queste (ma si può dissentire), irripetibili, come ogni essere umano.

Ecco che viene data profondità alla frase, spesso abusata, «prendete la vostra vita e fatene un capolavoro». Il valore di ogni individuo, anche in fieri, come quelli che ha di fronte l’attore, è certamente esaltato.

Dare un nome alla pace

Geniale, a mio avviso, la conclusione. Il potere evocativo delle parole, che ci fa tutti artigiani di idee e di nuovi regni, dove far perdere anche il ricordo della parola guerra, la ricerca che deve essere missione delle nuove generazioni, di migliorare un mondo, come non siamo riusciti a fare noi.

L’ammissione di una delusione rispetto alle premesse che hanno visto nascere tanti organismi internazionali e nuove istituzioni, senza alcuna disperazione, però, che i bambini donano speranza a tutti.

Tutto ciò è stato sicuramente ispirante. L’evangelico farsi come bambini è anche quello di esercitare sempre la speranza, anche di fronte alle contraddizioni di un mondo che sembra procedere da un’altra parte.

In quel caso, il discorso era alla platea, ma poteva essere rivolto a tutti.

Armando Mantuano

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