CRISI LIBICA

Dopo le sei pagine di Berlino
servono i fatti

 

Conclusasi in modo soddisfacente, almeno a parole, la Conferenza di Berlino sulla Libia ora le parti devono applicarsi per mettere in pratica i buoni propositi. Ovviamente la Conferenza non ha risolto tutti i problemi del paese nordafricano ma rappresenta comunque una buona base di partenza.

Nella capitale tedesca i leader dei Paesi europei e di quelli arabi – oltre a Usa, Ue, Unione africana e Onu – hanno approvato un documento che nelle intenzioni dovrebbe spianare la strada a un cessate il fuoco duraturo, a un embargo sulle armi dirette verso il Paese e alla fine delle ingerenze straniere che hanno trasformato la Libia nel campo di una guerra per procura.

Alle fine è stato stilato un documento di sei pagine in cinquantacinque punti non firmato del premier di Tripoli Fayez al-Sarraj e dal generale di Bengasi Khalifa Haftar che non ha aggiunto nulla di nuovo a quanto trapelato fin dalla vigilia.

Il testo traccia un percorso che parte da una tregua immediata per arrivare, attraverso regolari elezioni, all’insediamento di un nuovo governo libico unitario. Passando per il disarmo delle milizie, l’embargo sulle armi e le sanzioni per chi continuasse a non rispettarlo.

Pur non venendo ufficializzato appare sempre più probabile l’invio di una forza internazionale di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite e che coinvolga in particolar modo l’Ue. L’idea, caldeggiata dall’Italia e in parte rilanciata alla vigilia della conferenza dallo stesso Sarraj, è riecheggiata in molte dichiarazioni dei leader, anche Putin non ha escluso a priori questa eventualità.

Il nodo principale, come si temeva, rimane la rivalità tra Serraj e Haftar tra i principali ostacoli all’applicazione dei passi decisi a Berlino.

Come a Mosca, nel tentativo fallito nei giorni scorsi di far firmare loro una tregua, e come in precedenza in Italia, è stato impossibile mettere i due leader libici nella stessa stanza per discutere faccia a faccia. Haftar e Sarraj hanno seguito i lavori da due posti diversi, hanno avuto colloqui separati con tutti e non hanno partecipato alla tavola rotonda insieme agli altri. Alla fine hanno dato comunque a Merkel il loro assenso alla nomina dei membri del comitato militare 5+5 che, secondo il piano di azione dell’Onu, dovrebbe monitorare il cessate il fuoco e stabilire la linea degli schieramenti.

Sulla vicenda rimane poi da valutare l’atteggiamento di Russia e Turchia che a conti fatti controllano i due litiganti, con l’Egitto ed altri paesi arabi pronti a far valore i loro interessi, senza dimenticare la Francia che continua ad avere sull’Africa mire coloniali.

Fabrizio Di Ernesto

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