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Faccia a faccia
tra Johnson e von der Leyen

Faccia a faccia Johnson van der Leye sugli ultimi nodi della Brexit

 

Il 31 dicembre è ormai vicino e ancora non c’è intesa tra l’Unione Europea e il Regno Unito sulle modalità della Brexit. Sugli ultimi nodi ancora da sciogliere le parti parlano di «accordo molto difficile, appeso al filo del buonsenso».

Brexit. L'ostacolo del confine fra le due IrlandaTutto ora sembra legato all’incontro di questa sera, mercoledì 9 dicembre, a Bruxelles fra il premier Tory, Boris Johnson, e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, per cercare di trovare l’intesa per un trattato di libero scambio per il dopo Brexit: obiettivo residuo da agguantare per chiudere la vicenda mettendo le parti al riparo dai rischi di una guerra commerciale e dal conseguente caos doganale legato ad «un no deal» vero e proprio.

Le parti per il momento appaiono pessimiste anche se sembra far ben sperare l’intesa raggiunta ieri fra il commissario europeo Maros Sefcovic e il ministro britannico Michael Gove, copresidenti di una commissione mista, in merito ai futuri confini dell’Irlanda del Nord.

Definendo alcune «soluzioni» interpretative condivise dell’accordo di recesso sottoscritto l’anno scorso tali da convincere il governo Johnson a ritirare le parti più controverse di due disegni di legge interni (in primis l’Internal Market Bill, riproposto giusto ieri sera dalla Camera dei Comuni in una versione integrale considerata inaccettabile dai 27) con cui Londra minacciava di rivendicare il potere di modificare unilateralmente i patti, in violazione del diritto internazionale, pur di blindare la sua sovranità sull’Ulster in caso di no deal commerciale.

Il nodo del confine irlandese

Secondo alcune indiscrezioni l’accordo per la Brexit sarebbe stato raggiunto anche grazie alle pressioni del neopresidente Usa, Joe Biden di origini irlandesi, che da tempo aveva messo in guardia l’alleato britannico dalle conseguenze di una mossa spericolata in grado potenzialmente di scatenare in futuro tensioni pure alla frontiera fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda: dove l’assenza di barriere fisiche è tutelata dagli storici accordi di pace del Venerdì Santo 1998, di cui Washington è co-garante.

L’accordo di libero scambio appare però ancora lontano, con gli esponenti inglesi che continuano a mostrarsi pessimisti con Johnson che ha sottolineato come un compromesso al momento «sembra molto, molto difficile; anche se la speranza è l’ultima a morire e il potere del buonsenso può sempre prevalere».

La posizione di partenza del premier britannico è nota: non vuole cedere sui principi della democrazia e sulla ritrovata sovranità del suo paese ed andare vanati anche in caso di no deal anche se gli esperti continuano a ripetere che in quel caso il paese avrebbe in 15 anni un calo del Pil del 7,6%, di poco inferiore al 5 in caso di intesa.

A Johnson fa però da contraltare il capo negoziatore europeo, Michel Barnier, che ha avvertito che: «Nemmeno l’Ue può abdicare ai propri principi, tanto meno sacrificare il suo futuro al presente o accettare un accordo di Brexit a qualsiasi costo sugli elementi di contrasto: dalla base di regole comuni a protezione d’una concorrenza leale (il cosiddetto level playing field), alla governance dei contenziosi giuridici futuri, ai diritti di pesca in acque d’interesse britannico invocati dai Paesi rivieraschi».

Fabrizio Di Ernesto