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La follia di uno,
non le colpe di tutti

Dietro l'omicidio di Civitanova il caso clinico di Ferlazzo

 

La tragedia no, non si può negarla in nessun modo. E insieme alla tragedia la sua ributtante assurdità, perché nell’aggressione omicida compiuta da Filippo Ferlazzo ai danni Alika Ogorchukwu non c’è nemmeno l’ombra di una motivazione che possa attenuare le responsabilità dell’assassino. Né quelle penali, che sono lampanti e che dovranno portare a una sentenza durissima, né quelle morali, lampanti anch’esse ma meritevoli di riflessioni più approfondite.

Willy Monteiro, ucciso a Colleferro dai fratelli BianchiCiò che invece va negato, eccome, è che questo terribile episodio abbia a che fare con il razzismo. Come invece si è cercato di lasciar intendere. A volte in maniera esplicita, altre volte meno. Ma perpetuando, in entrambi i casi, l’idea che l’evento particolare sia comunque connesso a dei sentimenti generalizzati di ostilità nei confronti degli immigrati, tanto più se neri e africani.

I panni dell’alfiere, in questo caso, li ha indossati il capitano del Milan, Davide Calabria. In un intervento piuttosto lungo postato su Instagram e subito rilanciato dai media, si è prodotto in una requisitoria ad amplissimo raggio. Di qua l’indifferenza di chi ha assistito senza intervenire, di là il fatto che la vittima fosse un africano di pelle nera. Alato l’auspicio, «Non ci sia più odio, non ci siano più distinzioni di razze e di genere», sommaria la sintesi giornalistica, «Non cerchiamo giustificazioni, siamo tutti colpevoli». Suggestivo. Ma sballato.

Una distorsione tira l’altra

Che la vittima fosse un nigeriano è del tutto – ribadiamolo subito: del tutto – ininfluente sulla ferocia con cui è stato picchiato sino a causarne il decesso. Così come l’elemento razziale era ininfluente nel caso del pestaggio, altrettanto fatale, di Willy Monteiro a Colleferro. Quello avvenuto nel settembre del 2020 e perpetrato dai fratelli Gabriele e Marco Bianchi, spalleggiati da due complici.

Willy era di origini capoverdiane. Ma avrebbe potuto essere di un qualunque altro posto sulla faccia della terra, e la sua pelle candida come quella di uno scandinavo, senza che questo lo mettesse minimamente al riparo da ciò che gli è accaduto: due bulli di paese che sono in vena di menare le mani e che sono talmente stupidi, oltre che violenti, da non preoccuparsi che i loro colpi possano essere mortali. E che, dopo, sarebbero stati puntualmente trovati e arrestati. Fino alla recente, e sacrosanta, condanna all’ergastolo.

Allo stesso modo, l’uccisione di Alika Ogorchukwu non può e non deve essere collegata al razzismo. Filippo Ferlazzo è una persona mentalmente disturbata. Come si legge nella ricostruzione di Open, «Le carte del Trattamento sanitario obbligatorio dicono che per i medici era un tossicodipendente aggressivo, con disturbi della personalità, una sindrome bipolare e comportamenti psicotici» (Ndr: i grassetti sono nell’originale).

Alika vittima accidentale

Che se la sia presa con il povero Alika è palesemente accidentale. Fosse capitato qualcun altro, altrettanto incapace di difendersi, sarebbe toccata a lui. O a lei. Salvo che, se si fosse trattato di una donna, le lamentazioni mediatiche avrebbero cambiato asse portante: dal razzismo al femminicidio. Luoghi comuni onnipresenti, in questi ultimi anni. E non certo per caso.

A proposito: queste interpretazioni a senso unico portano a un’ulteriore distorsione. Nel segno, classico, del «due pesi e due misure».

Se a delinquere è l’immigrato, o l’appartenente a una minoranza etnica (vedi i Rom e affini), ci si appella al principio della responsabilità individuale. Se invece è un bianco, a commettere il crimine ai danni di un nero o giù di là, lo stesso principio si dissolve e dà la stura alle pseudo analisi di portata generale: vedi il succitato «siamo tutti colpevoli» strombazzato, nel caso specifico, dal calciatore del Milan.

Autodafé a vanvera. Che gli stolti ripetono per mero conformismo. Ma che i politici di mestiere e i media mainstream diffondono in modo assiduo e deliberato. Alimentando così, anche in questo campo, quella manipolazione sistematica che mira a trasformare le diverse concezioni sociali in contrapposizioni etiche: a sinistra i buoni, favorevoli a un’immigrazione pressoché indiscriminata, e a destra i cattivi, che al contrario vorrebbero controlli efficaci e ingressi selezionati. Sia per quantità, sia per qualità.

Come se poi, a proposito di «bontà», fosse sufficiente permettere a chiunque di arrivare qui in Italia e di rimanerci: anche quando, come nel caso del povero Alika, ci si ritrova costretti a chiedere l’elemosina per sbarcare il lunario.

Gerardo Valentini

 

 

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