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Occorre dire basta
alla plastica

 

È una questione di civiltà ma non solo: è, anzi, soprattutto una questione di sopravvivenza. Dobbiamo smettere di usare la plastica. Eliminare la plastica almeno negli oggetti usa e getta, negli imballi, negli incarti.

Non tutti sanno che nel 93% delle acque in bottiglia è stata trovata microplastica, in tutto il mondo, più o meno in maniera uniforme. Anche in Italia. Marchi importanti come Danone, Nestlè e San Pellegrino sono risultati «positivi» per la presenza di microplastica in sospensione. Questi i risultati di un’indagine di Orb Media in collaborazione con la State University di New York, Fredonia, subito contestata, soprattutto per la metodica analitica, dai colossi commerciali.

La media è impressionante: in ogni bottiglia sono state riscontrate 325 particelle di plastica per litro. La microplastica è pressoché invisibile ad occhio nudo: infatti la maggior parte è poco più grande della larghezza di un capello. Nel test sono state controllate 259 bottiglie ma solo 17 erano prive di microplastica.

Un motivo in più per consumare acqua del rubinetto, almeno nei paesi, come in Italia, dove l’acqua dell’acquedotto è veramente buona. Infatti in un precedente studio, sempre sulla presenza di microplastiche, l’acqua degli acquedotti è risultata contaminata «solamente» nella metà circa dei casi (su 159 campioni) presi in esame. Una curiosità: il primato negativo è degli Stati Uniti, dove la percentuale di fibre dai rubinetti risultava toccare il 94%, seguiti Libano e India.

Ma da dove vengono le microplastiche? Da tutta la plastica non riciclabile. Questa finisce nel terreno, si degrada e sminuzza infiltrando le falde, oppure arriva nei corsi d’acqua dove il rotolamento la sbriciola facendola arrivare in mare. La pratica dell’abbandono dei rifiuti in mare è poi un ulteriore problema. Le correnti marine, le onde, la risacca contribuiscono a sminuzzare buste e contenitori che si disperdono in acqua.

Ma non solo, anche i cosmetici, per esempio, sono una fonte di microplastiche. Soprattutto gli esfolianti e altre creme ci sono le cosiddette con micro-sfere che non sono altro che granuli di sostanza plastica o i dentifrici, principalmente gli antiplacca contengono «perle» o «microsfere», proprio le «nostre» microplastiche.

Tutti questi prodotti finiscono nel lavandino ed entrano nel sistema fognario… Ma non finisce qui: ci vestiamo con tessuti in gran parte realizzati con fibre sintetiche. Una volta degradate le fibre generano microplastiche soprattutto durante i lavaggi in lavatrice.

C’è poi il capitolo mobilità: i pneumatici sono realizzati con polimeri di sintesi mescolati a gomma. Durante la loro vita, il rotolamento, lo sfregamento, porta a liberare microplastiche. La navigazione è fonte di microplastiche, soprattutto la pesca. Le reti sono di materiale plastico e queste si spezzano, degradano in continuazione generando alla fine microplastiche.

Una volta in mare queste sostanze vengono ingerite dalla fauna (dal plancton agli invertebrati ai pesci, poi gli uccelli acquatici, i grandi abitanti del mare – squali e balene – sono i loro concentratori).

Il 15/20 % dei pesci da noi mangiati contengono microplastiche secondo l’Ispra. Anche i pesci presenti nelle grandi profondità marine purtroppo non sono indenni, siamo riusciti a contaminare anche le fosse oceaniche. Fino ad oltre 1000 metri di profondità.

Dunque la microplastica sicuramente viene ingerita dall’uomo: parzialmente attraverso l’acqua che beviamo, in parte con i pesci che fanno parte della nostra dieta. Ma anche le carni, alla lunga, non sarebbero indenni. Un bovino beve tra 60 e 90 litri di acqua al giorno e se in quell’acqua c’è microplastica, come è facile che vi sia, anche l’animale la accumula.

Ma cosa fa la plastica nel nostro organismo? Può interferire con il sistema endocrino umano fino a produrre alterazioni genetiche? Varie ricerche sono in corso. Speriamo che a livello comunitario vengano emanate direttive stringenti che limitino al massimo l’uso di questa pericolosa materia prima. Intanto cerchiamo di fare la nostra parte riducendo al minimo l’uso della plastica e cercando in ogni modo di riusarla e poi di avviarla correttamente al riciclo.

Lino Rialti