CASERTA

L’olocausto dimenticato
entra al Liceo

 

Il 18 febbraio al Liceo Manzoni di Caserta si è svolto un seminario sull’Holodomor, lo sterminio per fame dei contadini Ucraini ordinato da Stalin nel corso del quale è stato presentato il fascicolo divulgativo «1932-1933 Holodomor, cronaca e storia di un genocidio».

L’importanza dell’evento è testimoniata dalla qualificata presenza dell’ambasciatore dell’Ucraina in Italia Yevhen Perelygin e dal console generale Viktor Hamotskyi, dal sindaco di Caserta Carlo Marino e dal presidente dei Lions Caserta Vanvitelli Luigi Bianchi. A fare gli onori di casa la preside del Manzoni Adele Vario, a moderare gli l’incontro il giornalista Giancristiano Desiderio.

Per la prima volta in una scuola italiana gli alunni hanno potuto sentire parlare di un evento del secolo scorso tanto drammatico quanto sconosciuto, un «Olocausto dimenticato» che fece dai 4 ai 6 milioni di morti nella sola Ucraina e tra i 2 e i 4 milioni negli altri territori soggetti al dominio sovietico.

Holodomor significa «morte per fame» e il termine rimanda letteralmente all’accaduto. Per piegare i contadini al collettivismo dei Kolcoz Stalin nell’autunno del 1932 ordinò il sequestro di tutto il grano e degli altri generi alimentari prodotti nelle campagne e la requisizione di tutti gli animali. La misura attuata dagli attivisti bolscevichi sotto il controllo dell’esercito fu mantenuta fino all’estate del 1933 condannando così la popolazione ad una lenta e inarrestabile agonia.

Coloro che, esaurendo le loro ultime energie riuscivano ad attraversare la campagna gelata e raggiungere la città più vicina, trovavano i soldati a sbarrargli la strada e a rimandarli indietro verso l’inevitabile fine.

Il grande scrittore Vasiliy Grossman, in un brano del suo «libro-testamento» Tutto scorre così fa raccontare l’Holodomor ad un funzionario sovietico impegnato nella gestione di una delle fattorie collettivizzate nelle quali venivano ammassati i generi alimentari sequestrati: «Cominciò nel villaggio una moria generale. Prima i bambini, i vecchi, poi quelli dell’età mediana. Dapprincipio li sotterravano, poi smisero. Sicché i morti stavano buttati nelle strade, nei cortili, e gli ultimi sono rimasti stesi dentro le isbe. Sopravvenne un gran silenzio. Tutto il villaggio era morto. Non so chi morì per ultimo. Noi, che lavoravamo alla direzione del kolchoz, ci riportarono in città».

Vincenzo Fratta

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