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BELLA, FRAGILE, ITALIA

Le opere malfatte, specchio
del nostro egoismo

 

L’Italia frana. Cadono i ponti a Genova, franano i cavalcavia sulla Torino-Savona, smottamenti e slavine, fango ed allagamenti. Dulcis in fundo, o, meglio in cauda venenum: l’acqua alta a Venezia. Un paese, l’Italia, bellissimo ma fragilissimo e territorio, per troppi anni, se non per decenni, di orde barbariche di sfruttatori, di corruttori e corrotti, di mendicanti e questuanti della mazzetta sempre soddisfatti da bande di depravati compratori di favori, a scapito non solo della collettività, ma anche della bellezza.

Sì, in questi anni ci siamo venduti la bellezza. La bellezza di un ambiente unico, di una storia fiera e mirabile, di testimonianze costruite per sfidare i tempi. Ma ci siamo bevuti anche la bellezza di un’opera ben fatta per il gusto di farla bene, non mettendo abbastanza cemento nei piloni delle autostrade, sottodimen- sionando i ferri delle armature, facendo le cose tanto per farle e così poter incassare. Vedi le buche sempiterne, non solo presenti nella Città Eterna, in ogni angolo di questo sgangherato paese.

L’ambiente, le strade, le opere assurgono a simbolo, divengono il vessillo dell’egoismo issato sul pennone del potere. Sotto, tanti, quasi tutti, ci adoperiamo per raccogliere le briciole, lasciate cadere dagli affamatissimi avventori di questo fiero pasto. E non ci vergogniamo. Se, sempre pretendiamo il nostro obolo, poi condanniamo tutti gli altri quando vogliono altrettanto.

È una questione di anosognosia, la incapacità degli italiani di capire che siamo tutti malati. Che poi sarebbe il primo passo verso la guarigione. E comunque di medici pietosi, il buon arco istituzionale quasi per intero, ne è pieno. Diagnosi fantasiose, fatte da politici in mala-fede, bugiardi a prova di macchina della verità, ci hanno consegnato un paese sull’orlo del baratro. La tranquillità è stata barattata per il potere. La pace sociale scambiata per ammassi informi di voti. La Verità nuda è stata fatta fuggire per la vergogna, soppiantata da una più consona Menzogna dal lungo coltello di egiziana memoria.

Da qui movimenti di disperati, esasperati, quasi senza speranza: dalle Sardine, ai Friday for Future, dai Gilet Gialli a quelli Azzurri e via dicendo. Una rivolta degli esclusi, degli scartati, dei senza fissa dimora politica. Quello che chiedono è la Verità, la Scienza la Giustizia, il Buon Governo, che udite, udite, è possibile.

Forse dovremmo saper dire basta. Dovremmo ribellarci e pretendere la tanto agognata meritocrazia. Partendo dalle piccole cose quotidiane. Comportarsi rettamente come i pronipoti di Lutero, pena la gogna mediatica e poi il carcere. Dovremmo poter mandare a scuola i nostri figli con la certezza che alla fine, i meritevoli, quelli che si impegnano, quelli che si spendono, trovino lavori rispettosi dei lavoratori e pagati regolarmente. E, per quelli che nonostante l’impegno, a causa di una qualche difficoltà, non riescono a succedere, a quelli riservare un posto nella società, senza collocazioni in discariche sociali, senza economia dello scarto.

San Marco disse una verità attualissima ossia che «la pietra scartata dai costruttori è divenuta d’angolo». Dobbiamo rimboccarci le maniche, impegnarci in prima persona. Imparare a comportarci come sappiamo fare, magari lo abbiamo dimenticato, ma come una volta imparato ad andare in bici lo si sa fare per tutta la vita, così tutti noi abbiamo impresso il fare bene.

La felicità non si può comperare, la si trova nelle piccole cose, soprattutto immateriali, anche se lo sappiamo tutti, ognuno di noi tende a dimenticarlo. La sensazione di aver fatto bene qualcosa di importante è senza prezzo. Dovremmo mettere al bando la bramosia per il materiale e far tornare le persone a stringere mani, ad incrociare sguardi a re-imparare a sorridere e, quando è il momento anche a ridere, magari in compagnia.

Rivedere le teorie economiche di crescita in una visione sociale è necessario. Il pianeta, in primis, ce lo impone. Un mondo finito, sferico, chiuso, come il nostro, ha risorse finite, limitate e preziosissime. Dobbiamo consumarle oculatamente e conservarle per le generazioni future, non per generosità ma per semplice senso di giustizia.

Noi le abbiamo ricevute ed abbiamo il compito di custodirle. Dobbiamo lasciare un pianeta, almeno accettabilmente, vivibile, prima che sia troppo tardi. E i nostri posteri non ci malediranno ma ci benediranno.

Lino Rialti

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