SICUREZZA

In aumento i crimini
commessi da immigrati

 

È inutile nascondersi dietro ad un dito. Gli immigrati, in testa rumeni ed albanesi, commettono la maggior parte dei reati commessi in Italia.

È solo di ieri la notizia del linciaggio, ad opera di due rumeni ed un albanese, ai danni di un gruppo di giovani molavi intenti a festeggiare un addio al celibato. Futili i motivi, gli schiamazzi che hanno infastidito il terzetto che è sceso in strada armato di coltelli ed ha ucciso un ragazzo e ferito in maniera seria altri sei. Altri rumeni in azione pochi giorni fa per una rapina in una villa a Lanciano. Per farsi consegnare neanche duemila euro hanno pestato un professionista e tagliato un orecchio alla moglie. Sempre rumeno, il violentatore seriale, appena uscito da una comunità di recupero e reinserimento, che ha abusato di una anziana signora alla faccia dell’avvenuto recupero.

Tanta efferatezza e spavalderia sono alimentate dalla convinzione, non infondata, di farla franca anche se presi. Se questa è integrazione… E poi sarebbe da aggiungere: ma ci vogliamo integrare con gente così?

Già abbiamo il nostro bravo daffare senza importare crimine e criminali. Anche noi abbiamo sacche di malviventi senza scrupoli che dovremmo cercare di reprimere duramente per contenerne le malefatte, scovare con rapidità e subito confinare in strutture adeguatamente attrezzate così da neutralizzarne il potenziale criminogeno.

La favola della pena rieducativa è vera come lo è quella di Cappuccetto Rosso o quella di Pinocchio. La reclusione dovrebbe arrivare già dal primo grado di giudizio, sempre. Essere espiata in strutture che non assomiglino a villaggi vacanza e dove la prestazione lavorativa dei detenuti sia obbligatoria e resa in cambio dell’ospitalità. Una detenzione così sarebbe deterrente e scoraggerebbe almeno i meno incalliti.

Tutte le forme di espiazione alternativa dovrebbero essere seriamente riviste. La revisione dei codici e delle norme applicative è urgente. Andrebbero seriamente rivisti in maniera meno buonista e garantista tutti i meccanismi burocratici che regolano l’accesso e la permanenza nelle carceri.

Dovremmo investire di più essere, certamente, implementando il Corpo della Polizia Penitenziaria, cronicamente sotto organico. La riforma del Regolamento Penitenziario dei detenuti è oramai non più procrastinabile. Solo così avremo la speranza di ridurre il numero dei reati e conseguentemente di aumentare la sicurezza percepita e reale.

Ma si sa di c’è sempre qualcuno che non crede se non vede o tocca con mano, come San Tommaso. Per questi signori che negano che i migranti, statistiche alla mano, delinquono di più dei cittadini italiani, è uscito un lavoro interessante. Il resoconto afferma con fermezza che non è mera percezione quella che i nuovi migranti, rumeni ed albanesi in testa, si macchiano sempre di più di reati, anche molto gravi.

Tre mesi fa, un centro studi, la Fondazione Hume, ha pubblicato i dati di una elaborazione che ha analizzato i risultati di ricerche elaborate dall’Istituto Italiano di Statistica. Nella pubblicazione, dal titolo «Crimine e Immigrazione in Italia», il coordinatore del progetto, il sociologo della Sapienza Luigi Maria Solivetti, ha raccolto i dati e confrontato i diversi studi. L’Italia, afferma Solivetti, «rappresenta un caso critico in Europa». Dal 1993, la presenza di immigrati sul territorio italiano è passata dallo 0,4% fino a toccare il 10,2% del 2017 (si parla di oltre 6 milioni di persone). «Questo rapido e incontrollato incremento di flusso immigratorio – afferma il professor Solivetti – avveniva nonostante l’alto tasso di disoccupazione (circa 10% della forza lavoro 1995-2015), l’elevato livello d’ineguaglianza economica, la rigidità del mercato del lavoro e il basso livello della libertà economica: tutti aspetti sfavorevoli all’integrazione e al benessere economico degli immigrati».

Solivetti arriva alla conclusione, che è suffragata dalle attuali teorie criminologiche ma anche da una ferrea quanto semplice logica: massiccia presenza di determinate aree assieme ad alti tassi di disoccupazione creano delinquenza nella popolazione straniera immigrata. Infatti laddove ci sono difficoltà a integrarsi, gli immigrati spesso tendono a compiere crimini anche perché hanno meno possibilità di «raggiungere il successo o il benessere» lecitamente.

Il lavoro di Solivetti è accompagnato da tabelle riepilogative e da grafici che sono sconcertanti per quanto chiari e comprensibili. Le fonti utilizzate dall’Istat sono dati raccolti dalle Procure della Repubblica e dal Ministero dell’Interno.

In termini assoluti sono ancora i cittadini italiani quelli che commettono più reati, ma sono comunque 10 volte di più degli stranieri. Invece i migranti, nonostante siano meno del 10% della popolazione italiana, in proporzione si macchiano di molti più reati in termini relativi.

Tanto per intenderci: per il crimine più efferato, come l’omicidio volontario, dal 2006 al 2015 gli immigrati imputati sono cresciuti del 22% mentre i cittadini italiani sono diminuiti del 17%. Parlando di lesioni volontarie: negli ultimi 30 anni sono saliti da 400 a circa 11mila gli immigrati imputati. Poi la violenza sessuale che è cresciuta dai 2 ai quasi 10 casi ogni centomila abitanti in 30 anni, tra gli immigrati l’aumentato è di oltre il 30%. Lo sfruttamento della prostituzione vede due terzi degli imputati stranieri. Poi furto 40%, rapina 45%, estorsione 23%, traffico di droga 40%, violenza a pubblico ufficiale 36%, associazione a delinquere 17%.

Una situazione sicuramente seria, da non sottovalutare. I provvedimenti possibili esistono ed andrebbero presi il prima possibile. Non è questione di discriminazioni sono numeri assoluti e puri. Chi commette reati ed è ospite dovrebbe essere invitato a riprendere il cammino in direzione opposta ma solo dopo aver scontato la giusta punizione. Non potrà essere di consolazione e ristoro per le vittime ma almeno così si limiterà il potenziale criminogeno dei malviventi.

Lino Rialti

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