SICUREZZA ALIMENTARE

Hamburger e cotolette
alla «melma rosa»

 

A ciascuno il suo cibo. Ognuno può scegliere quello che mette in bocca. Ma dovrebbe farlo consapevolmente. Oppure può fidarsi di norme, regole e controllori che stabiliscono cosa va e cosa non va mangiato.È da un po’ che non si parla più della carne separata meccanicamente. Una volta c’era la carne da una parte e dall’altra, nei secchi, gli scarti di macellazione che venivano buttati o avviati all’alimentazione animale. Poi il colpo di genio… una vera americanata.

Qualcuno, nello specifico l’americana Beef Product Inc., ha pensato di utilizzare anche quello che prima si buttava. Da scarto a risorsa: geniale. Si tratta di carne che con la carne non ha nulla a che fare, nemmeno l’aspetto. Tendini, pelle, parti dell’apparato digerente, ritagli, cartilagini ed ossa vengono spremuti ad alta pressione e dal macchinario fuoriesce un succo. Questo succo debitamente trattato viene avviato alla lavorazione e quindi processato: a seconda della provenienza degli scarti ma soprattutto degli aromi che vengono aggiunti si trasforma, quasi per magia, in hamburger oppure cotoletta di pollo o magari vitello o perché no di maiale, un’aletta di pollo o un wurstel o un salamino…

Per vincere le resistenze di un mercato distratto, l’industria della carne ha fatto partire una campagna per la difesa di questo prodotto che definisce, quando c’è bovino nell’impasto, «Lean, finely textured beef» (Lftb) in italiano «polpa di manzo finemente strutturata». Tra i consumatori più attenti invece è stata battezzata «pink slime», in onore alla pasta modellabile tanto in voga tra gli adolescenti, in italiano «melma rosa». La campagna dichiara che «la carne è carne» punto e basta. Ma forse non è proprio così.

Comunque lo si voglia guardare, si tratta di un prodotto altamente tecnologico, frutto di processi industriali che ne stravolgono la natura, trattati con gas idrossido di ammonio per mondarli e sanificarli dalla inevitabile contaminazione batterica proveniente soprattutto dalla contaminazione fecale delle parti che vengono a contatto con le feci degli animali stessi. Il tutto viene poi, ovviamente addizionato di aromi artificiali.

Quindi il liquido, che a questo punto del percorso tecnologico, è divenuto fluido, viene aggiunto ad alcuni pezzi macinati di carne e, a seconda delle ricette, a pane o farinacei. Questa pasta sempre più strutturata quindi viene utilizzata per la realizzazione di hamburger, carne macinata, wurstel e tanti altri prodotti venduti in supermercati e fast food.

Questo negli Stati Uniti è permesso senza che ci sia bisogno di indicazioni specifiche in etichetta. Quindi gli americani ne mangiano senza saperlo. In Europa, memori della sventura della «Mucca Pazza», il bovino non è ammesso. Quindi da noi, la norma è leggermente migliore. Si può, ovviamente, utilizzare liberamente carne separata meccanicamente di volatili e di maiale. Da parte dei produttori vi è anche l’obbligo di indicarne la presenza in etichetta: qui, normalmente, si legge tra gli ingredienti. Bisognerebbe cominciare ad andare in giro con la lente d’ingrandimento…

Jamie Oliver, affermato chef inglese, nonché creatore e conduttore di numerosi programmi televisivi sul cibo, ma soprattutto guru di un movimento che ha portato alla presa di coscienza l’intera Gran Bretagna sui guasti delle loro attuali dissennate abitudini alimentari, soprattutto nelle mense scolastiche, nel 2012 fece scoppiare lo scandalo delle carni separate meccanicamente nel Regno Unito. Varie catene di fast-food cominciarono ad abbandonare questi prodotti. Perfino il colosso Burger King ha tolto la carne separata meccanicamente. È notizia fresca, che anche il più grande dei colossi, McDonald’s ha abbandonato il pink slime. Tutto questo grazie al nostro Jamie Oliver ed alle sue trasmissioni.

In Italia su 10 prodotti panati confezionati freschi soltanto quattro non hanno la carne separata meccanicamente. Forse dovremmo cominciare a guardare le etichette di quello che cuciniamo.

Lino Rialti

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