SOVIETISTAN

Viaggio tra i popoli
dell’Asia centrale

 

La dissoluzione dell’Impero sovietico nel 1991 ha restituito la libertà ai Paesi dell’Europa dell’Est, ha consentito all’Ucraina di raggiungere l’indipendenza agognata dai tempi della fine degli Zar e ha trasformato in Nazioni le cinque ex «Repubbliche Socialiste» dell’Asia Centrale: Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan. Si tratta dei paesi situati fra est e ovest, percorsi da catene montuose tra le più alte del mondo e da immensi deserti, che segnavano un tempo la rotta della Via della Seta.

L’ampia regione delimitata dai fiumi Syr Darja e Amu Darja nella seconda metà del Diciannovesimo secolo era stata conquistata dagli eserciti dello Zar, divenendo la colonia meridionale dell’Impero russo, denominata Turkestan, in quanto la popolazione locale, esclusi i taziki, parlava dialetti turchi e professava la religione islamica.

Dopo l’andata al potere dei bolscevichi il Turkestan venne diviso nelle cinque repubbliche oggi indipendenti. Come le altre regioni sottoposte al giogo sovietico nell’epoca staliniana le masse contadine e il clero subirono la pesante repressione del regime sovietico. Quasi tutta la peraltro esigua inteligencija fu sterminata e sostituita da funzionari russi affiancati nelle varie repubbliche dal locale vivaio di attivisti e burocrati assimilati.

Abbandonate le repressioni di massa, Chruščëv e poi Breznev adottarono una nuova politica di controllo delle loro colonie in Asia centrale, mettendo a capo di ogni istituzione un burocrate locale sempre affiancato da un vice russo agli ordini diretti di Mosca. Tornarono così in auge le vecchie strutture tribali locali. L’affidamento del potere a clan fidati portò al dilagare della corruzione. Durante la perestrojka ci furono interi comitati centrali finiti in prigione, mentre nel 1992 gli scontri fra clan in Tagikistan degenerarono in una guerra civile locale.

Con la dissoluzione dell’Impero sovietico le nascenti nazioni si trasformarono in Repubbliche autocratiche guidati da presidenti inamovibili, più simili ad antichi sovrani orientali che a moderni leader politici.

Qual è dopo 25 anni di indipendenza la situazione politica, e come si vive oggi, in Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan? Cosa resta delle tradizioni di quegli antichi popoli? Quanto pesano ancora sulla vita quotidiana degli abitanti i danni ambientali causati dal regime sovietico?

A queste ed altre domande si è incaricata di rispondere una giovane antropologa e giornalista norvegese Erika Fatland nelle 534 pagine del suo Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale, edito da Marsilio.

Il libro è un interessantissimo diario di viaggio negli ex Paesi del Turkestan sovietico, che al racconto vivido ed elegante delle diverse popolazioni con le quali entra in contatto, unisce un approfondito lavoro di ricerca e analisi geopolitica.

Tra i molti spunti di interesse che il lettore potrà trovare nel lavoro della Fatland ne sottolineiamo due. Il primo riguarda il racconto delle conseguenze subite dal Kazakistan per la collettivizzazione della terra che Stalin impose ai contadini dei territori soggetti ai sovietici a partire dal 1929 e che si concluse nel biennio 1932-33 con lo sterminio per fame. Dopo l’Ucraina, nella quale le stime dei morti per Holodomor oscillano da un minimo di 4 fino ai 7 milioni, il secondo paese più colpito fu proprio il Kazakistan. La sua popolazione, essenzialmente nomade, era dedita alla pastorizia e mal sopportava l’idea della riconversione forzata all’agricoltura collettiva dei Kolchoz. Nell’autunno del 1944 quando terminò la carestia provocata dal sequestro di tutti i beni alimentari e degli animali, più di un milione di Kazaki, ossia circa un quarto della popolazione originaria del paese, era morta di fame.

Il Kazakistan, insieme con la Siberia, era inoltre la regione dove venivano deportate le nazionalità definite da Stalin «nemiche del popolo». Se sopravvivevano al lungo viaggio nei vagoni piombati, i malcapitati venivano internati nei gulag o, nella migliore delle possibilità, assegnati ai campi di lavoro: dopo la prima guerra mondiale toccò ai polacchi finiti nella parte sovietica della frontiera, mentre durante e dopo il secondo conflitto mondiale fu la volta dei Tartari di Crimea e dei Tedeschi del Volga e di altre minoranze. Fra queste vanno considerati gli oltre mille Italiani che vivevano a Kerc in Crimea e che furono deportati in Kazakistan nel 1942.

Non essendo la loro odissea ricordata nel libro della Fatland, per approfondire il dramma di questi connazionali bisogna ricorrere ai lavori di Giulio Vignoli Gli Italiani di Crimea e di Boico-Vignoli L’Olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani di Crimea, entrambi editi dalle edizioni Settimo Sigillo.

La seconda vicenda di particolare interesse riguarda sempre un annientamento, ma in questo caso non di un popolo, bensì di un intero mare, il Mare d’Aral.

Per permettere la raccolta intensiva del cotone nei deserti della regione, a partire dagli anni Sessanta i sovietici cominciarono a deviare le acque dei fiumi Syr Darja e Amu Darja per migliaia di chilometri attraverso canalizzazioni colabrodo.

Quello che successe lo ha raccontato già nel 1992 il polacco Ryszard Kapuścinski nel suo Imperium edito da Feltrinelli. Si tratta di un reportage nell’Unione Sovietica, tuttora meritevole di attenta lettura, del quale Sovietistan è una sorta di aggiornamento circoscritto alle regioni dell’Asia Centrale. «Così facendo – scrive Kapuścinski – la placida vasta corrente dei due grossi fiumi, unica fonte di vita in questa parte del mondo, invece di crescere e ingigantire a mano a mano che andava avanti (secondo l’ordine naturale delle cose), ha cominciato a rimpicciolire, a restringersi, ad assottigliarsi e a smagrire finché, senza neanche arrivare al mare, si è slabbrata in acquitrini salati, velenosi, melmosi, in rivoli spugnosi e maleodoranti, in ristagni e vegetazioni infide, per poi inabissarsi sottoterra, sparendo per sempre dalla vista».

Tornando negli stessi luoghi venti anni dopo il viaggio del giornalista polacco, l’antropologa norvegese constata l’enormità del danno ambientale determinato dalla scomparsa del Mare d’Aral e ne approfondisce le conseguenze sulla popolazione. Non manca un filo di speranza costituito dai recenti sforzi per il recupero di piccole porzioni dell’ex Mare, concretizzati negli attuali Lago d’Aral settentrionale in Kazakistan e nel Lago d’Aral meridionale in Uzbekistan.

Vincenzo Fratta

 

Nella foto di copertina: un cacciatore con l’aquila in Kirghizistan.
In alto una rara immagine di prigionieri nel gulag di Karaganda in Kazakistan. Tra il 1931 e il 1960 vi furono deportate 2 milioni di persone di 40 diverse nazionalità. Cinquecentomila i morti stimati.
Nella foto sopra la trasformazione del Mare d’Aral tra il 1989 e il 2014.

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