AL CINEMA: IL SIGNOR DIAVOLO

Un’occasione perduta,
non solo nel ralenty

 

Purtroppo Pupi Avati, un po’ come è accaduto con Dario Argento, ha perso definitivamente la sua vena creativa, basta pensare che per trovare dei suoi horror all’altezza bisogna andare indietro nel tempo addirittura di decine di anni, con gli impareggiabili «La casa dalle finestre che ridono» e «Zeder».

Sceneggiatura approssimativa, recitazione scarsa, davvero scarsa, malgrado alcuni camei dei suoi fedelissimi (Haber su tutti), gli attori sembrano neanche presi dalla strada, ma direttamente da un talent per chi recita male. La dizione, tra gli attori romani e quelli veneti, lascia davvero a desiderare, certe volte non capisci proprio i dialoghi.

Ci sono scelte tecniche che non ho capito: il ralenty, il riproporre la stessa identica scena madre sia all’inizio che alla fine, quindi rimontata due volte, davvero poco comprensibile. Il finale risulta frettoloso, ottanta minuti sono forse pochi per un opera che poteva fornire più di uno sviluppo per svicolare dalle maglie classiche della detective story. Dopo aver infatti presentato tutti gli elementi in giudizio, Avati volge subito ad un epilogo che richiama molto il contesto e l’andatura del suo primo e più famoso giallo.

Peccato perché, visto che il soggetto era oltremodo interessante, con un minimo sforzo, poteva venirne fuori un ottimo film, invece una volta terminata la visione si ha l’impressione che il fine ultimo di questa pellicola non fosse tanto artistico quanto solamente di pagare una settimana di vacanza a Venezia al regista e al suo circolo di amici bolognesi.

Qualcuno diceva che «a pensar male si fa peccato… ma spesso ci si azzecca».

Marco Biccheri

IL SIGNOR DIAVOLO di Pupi Avati. Con Gabriel Lo Giudice, Filippo Franchini, Cesare S. Cremonini, Massimo Bonetti, Lino Capolicchio

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