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LE SCUOLE CALCIO

Un business sui sogni
di bambini e genitori

 

In Italia ci sono circa 7.200 scuole calcio (numero che fa riflettere se paragonato alle 8.000 scuole medie presenti) le quali sulla carta dovrebbero operare senza fini di lucro ma che spesso garantiscono invece ai gestori ricavi a molti zeri.

Per l’iscrizione di un bambino si arrivano a chiedere quote di iscrizioni che vanno dai 400 euro fino, ad arrivare ad oltre 1.000 euro l’anno per le società più titolate.

Di fatto, grazie alla passione, non solo dei bambini ma anche di padri che cercano il riscatto delle loro vite attraverso i loro figli, si avvicinano alle scuole calcio circa 300mila bambini ogni anno.

Questi ragazzini, i cui sogni sono alimentati non solo dai genitori ma da tutto il loro entourage familiare, guardano al pallone come ad una chiave del successo, con un futuro da campioni, fama, popolarità e ricchezza.

Ma molto spesso in questo campo i sogni muoiono all’alba. Le statistiche sono sconfortanti, solo uno su cinquemila arriverà a esordire in A, quindi gli altri 4.999 si ritroveranno, sognando Totti, dietro ad uno sportello delle Poste (quando gli va bene).

Infatti, quando questi giovani finiscono il loro percorso, le società interessate a far soldi cedono il giovane calciatore più promettente alla società più blasonata del territorio, chiedendo un premio di preparazione dell’importo di alcune migliaia di euro; la conseguenza, quasi inevitabile, sarà che lo stesso giocherà in questa società fino a quando sarà fuoriquota per poi essere scaricato a costo zero a società «amiche».

Senza contare poi che, ammesso che in qualche modo si riesca ad arrivare al semi-professionismo, ci sono alcuni livelli intermedi, tipo quelli che ottengono un contratto da professionista, ma non girano certo in Ferrari. Su circa tredicimila calciatori, nove su dieci non dichiarano più di 35 mila euro lordi all’anno e tremila sono addirittura sotto i 5mila euro. Tanti sacrifici per niente quindi, per attività comunque che durano pochi anni. E dopo?

Per diventare istruttori di scuola calcio, occorre un diploma di terza media, un corso di 100 ore, una tesina e un test finale, ma la gran parte di questi allenatori dispone di un patentino Uefa B, che permette loro di allenare fino in serie D.

Il lavoro su questi ragazzi è estremamente delicato, specie verso quelli che non hanno talento. Quello non si insegna. Poi c’è un percorso di formazione complesso in un contesto tecnico/tattico, cioè la definizione dei ruoli a seconda delle caratteristiche. Infine c’è il carattere, e la dimostrazione di avere intensità agonistica, spirito di sacrificio, capacità di stare nel gruppo, requisiti indispensabili per fare almeno qualche passettino in avanti.

Rispetto a dieci o vent’anni fa, i ragazzi hanno più distrazioni, faticano a concentrarsi sull’obiettivo, vogliono il successo facile. E poi ci sono elementi di disturbo, rappresentati dai tifosissimi padri, sempre pronti sugli spalti a criticare il mister, in special modo se non valorizza adeguatamente i loro figli.

Le difficoltà maggiori per le società sono infatti proprio gestire i rapporti con i genitori. Rimane tutto tranquillo fino a che non arrivano intorno ai dieci anni, poi, cresce l’ansia di avere in casa il nuovo fenomeno calcistico italiano ed iniziano le prime proteste se il bimbo non gioca titolare oppure se viene sostituito, proteste che a volte sconfinano anche in manifestazioni verbali piuttosto aggressive nei confronti degli allenatori.

Dai primi calci alla squadra vera il percorso poi si trasforma in una strettoia dalle spire quasi letali. Nella fascia 11-12 anni, categoria Esordienti, giocano 155mila tesserati, mentre nel successivo campionato Allievi, riservato ai ragazzi fino sedici anni, ne restano appena 70mila, meno della metà. Una scrematura che sa quasi di falcidia sul campo. Di tutti gli iscritti con tante speranze, tre su quattro si arrendono molto prima di passare alla fase agonistica. Finchè si è bambini è facile giocare, basta pagare, quando inizia a contare il risultato restano solo i più bravi, con buona pace delle ambizioni dei genitori delusi.

Tra l’altro sembra che in questi giovani calciatori venga privilegiata sempre più la figura «muscoli e centimetri» a scapito della tecnica, criterio criticato per esempio anche da un ex bambino prodigio, Gianni Rivera, che ha sottolineato come l’errore dei vivai è selezionare i giocatori solo sul fisico, mettendo in risalto che bisognerebbe riportare invece l’attenzione sul talento, sulla capacità naturale di toccare la palla, che si scopre da bambino.

Il nostro auspicio è che se ci dovesse essere qualche bambino la cui famiglia non dovesse farcela a pagare la quota d’iscrizione, possa essere autorizzato a giocare lo stesso.

Alla fine non dovrebbero essere i soldi a prevalere sullo sport dilettantistico ma ben altri valori. Chi scrive questo articolo ha conseguito lo scorso anno, dopo un regolare corso Coni-Figc, il patentino di istruttore scuole calcio e nel suo peregrinare, volto a cercare una squadra dove poter trovare sfogo a questa sua passione, sapete qual è la risposta che si è sentito spesso ripetere dai responsabili delle scuole calcio contattate?

«Te potrei pure fa’ lavorà, ma quanti regazzini me porti?» Poveri noi, poveri bambini…

Marco Biccheri

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