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Un sogno europeo
ripiegato su se stesso

Aleida Assmann, Il sogno europeo, Keller Editore

 

Cosa ha insegnato all’Europa la storia del Novecento? Dopo gli orrori, le distruzioni e il sangue versato nelle due guerre mondiali, dopo la ricostruzione e la nascita dell’Ue, qual è l’immagine che il Vecchio Continente ha di se? A questi interrogativi si propone di rispondere la studiosa tedesca Aleida Assmann nel saggio Il sogno europeo. Quattro lezioni dalla Storia, in libreria per Keller editore.

Aleida Assmann, Il sogno europeo, Keller EditoreProfessore di inglese alle Università di Heidelberg e poi di Costanza, Aleida Assmann, classe 1947, si è specializzata nella studio dell’antropologia concentrandosi sul concetto di «memoria culturale».

Le quattro lezioni che l’Unione Europea, nata dalla ricostruzione del continente dopo la catastrofe del 1945, deve fare proprie, sono l’importanza del mantenimento della pace, il consolidamento dello stato di diritto, lo sviluppo di una memoria autocritica e il rispetto dei diritti umani.

Sui titoli delle lezioni non si può che essere d’accordo, mentre sulla loro declinazione c’è da avanzare più di una riserva.

Una memoria asimmetrica

Il libro è ricco di informazioni sulle iniziative e gli sforzi dei principali paesi europei per superare le inimicizie storiche che avevano portato ai 17 milioni di morti della Prima Guerra Mondiale e ai 55 milioni della Seconda, ai quali vanno aggiunte le enormi sofferenze delle popolazioni civili, la distruzione delle città e la perdita di gran parte dei loro patrimoni culturali.

Illustra le regole giuridiche necessarie per il consolidarsi della democrazia. Spiega come debba svilupparsi una «cultura della memoria» e come questa sia stata diversamente interpretata dalle diverse nazioni.

Tuttavia la memoria europea che si intende preservare, coltivare e accrescere è una memoria tronca, asimmetrica, tutta incentrata sul dramma dell’Olocausto degli ebrei e sulle violenze esercitate dai tedeschi.

L’Olocausto dimenticato

Il monumento all'Holodomor a KievSi dimentica completamente l’Holodomor, lo sterminio per fame attuato da Stalin in Ucraina e nelle altre regioni dell’impero sovietico nel 1932-33, e si minimizzano le violenze esercitate dal comunismo sovietico, prima contro il proprio popolo, durante e dopo la guerra civile e durante il periodo delle grandi purghe, e poi sulle nazioni dell’Est Europa assoggettate dal 1945 al 1990.

Eppure lo sterminio del ceto contadino perpetrato per ordine di Stalin è sinistramente analogo per mostruosità e numero delle vittime a quello degli ebrei. I sette milioni di uomini, donne e bambini vittime dell’Holodomor invece che nei lager sono stati fatti morire nei loro villaggi trasformati in campi di sterminio senza filo spinato.

Rinchiusa nella sua visione parziale la Assmann sembra così incapace di comprendere – anzi si mostra quasi stupita – di come la sua «memoria europea condivisa» differisca da quello di nazioni, come la Polonia o i paesi Baltici, che hanno dovuto sottostare a cinquant’anni di oppressione e violenza comunista.

Particolarmente improbabile ci è apparso, fra l’altro, il confronto che l’autrice effettua non tra i regimi di Hitler e Stalin, ma tra lo stato sovrano Terzo Reich e la repubblica fantoccio Ddr.

Due guerre civili europee

Winston ChurchillNell’illustrare il suo concetto di memoria, l’autrice non esita infine a criticare il convincimento espresso nel 1946 da Winston Churchill sull’opportunità di «voltare le spalle agli orrori del passato recente» e «indirizzare lo sguardo al futuro».

«Se l’Europa vorrà salvarsi da sciagure infinite e da un definitivo declino – affermava Churchill –, dobbiamo fondarla su un atto di fede nella comune famiglia europea, e su un atto di oblio verso tutti i crimini ed errori del passato».

Forse il primo ministro inglese artefice della resistenza Britannica all’offensiva militare tedesca, aveva in mente la ragione per la quale Francia e Gran Bretagna erano scese in guerra.

Non per salvare gli ebrei dall’Olocausto – non ancora cominciato –, ma per impedire l’espansione della Germania nell’Est Europa con la costituzione di un grande spazio imperiale che, oltre a ferire la grandeur un francese, mettesse in pericolo il predominio mondiale dell’impero britannico.

Se ci riflettiamo è proprio quanto accadde al termine del conflitto, con la costituzione dell’enorme blocco egemonizzato dal comunismo sovietico e la perdita di centralità dell’Europa a vantaggio di Stati Uniti e Urss.

Questa considerazione ci porta anche ad affermare che alle quattro lezioni del Sogno europeo occorre aggiungerne una quinta. Considerare i due conflitti mondiali come due guerre civili europee che hanno fatto perdere al Vecchio Continente il ruolo che aveva nel mondo.

Per un nuovo protagonismo europeo

Un ruolo che oggi, dopo 76 anni, può essere gradualmente riconquistato, se si allarga il perimetro del sogno europeo inteso da Aleida Assmann soltanto come «funzionale all’autoaccertamento e all’autocritica degli Stati della Ue». In sostanza una infinita autoflagellazione concepita come «unica risposta all’incubo delle guerre, delle distruzioni, dei crimini contro l’unanimità».

Una autoflaggelazione che l’autrice estende anche al problema dell’immigrazione e ai rapporti dell’Europa con l’eredità coloniale.

Per «superare il passato e affrontare con efficacia le sfide crescenti del presente e del futuro» occorre invece che l’Europa prenda atto della fine del ruolo guida degli Stati Uniti, del ruolo di player mondiale assunto della Cina, dello svilupparsi di potenze regionali come la Turchia.

E che conseguentemente cominci a praticare una politica estera realmente unitaria e indipendente, crei un esercito comune ed esca progressivamente dall’ombrello americano. Che insomma torni a giocare in proprio nello scacchiere mondiale.

Vincenzo Fratta

 

 

 

Aleida Assmann
Il sogno europeo
Keller Editore, pp.238

 

 

 

 

PER SAPERNE DI PIÙ

L’importanza dei temi trattati ne Il sogno europeo spinge ad approfondire gli aspetti del passato dell’Europa sostanzialmente ignorati dalla cultura progressista egemone e a prospettare qualche scenariofuturo. Segnaliamo qui sei testi dai quali partire per allargare i propri orizzonti.

Per comprendere la «mostruosità» del comunismo sovietico in tutte le sue sfaccettature illuminante è la lettura del racconto del giornaliste e scrittore russo di Vasilij Grossman, Tutto scorre (Adelphi).

Per comprendere la dimensione dell’Holodomor, lo sterminio per fame dei contadini delle regioni dell’impero sovietico, si sono i saggi dell’americana naturalizzata polacca Anne Applebaum, La grande carestia (Mondadori) e dell’italiano Ettore Cinnella, 1932-33 Il Genocidio dimenticato (Della Porta editori).

Sulla storia della Germania dal 1914 al 1945, esaminata alla luce della persistenza delle logiche di potenza tipiche degli Stati-nazione, c’è il robusto saggio del tedesco Andreas Hillgruber La distruzione dell’Europa (Il Mulino).

Per un approccio equilibrato alle problematiche dell’immigrazione di massa verso l’Europa di grande rilievo è il saggio di Raffaele Simone L’ospite e il nemico (Garzanti).

Infine per un esame dello scacchiere internazionale, alla luce della crisi della globalizzazione e l’aumentata complessità del mondo, e del divergere degli interessi di Stati Uniti ed Europa, un fondamentale punto di partenza e il saggio dell’italiano Pierluigi Fagan, Verso un mondo multipolare, edito da Fazi.