ALMAVIVA CONTACT

Reintegrati 153 lavoratori:
fu un licenziamento ritorsivo

 

Clamorosa svolta nella vicenda Almaviva Contact: l’ordinanza del giudice del Lavoro di Roma Umberto Buonassisi «condanna la società a reintegrare 153 lavoratori che avevano impugnato il licenziamento e a corrispondere loro, a titolo di risarcimento danni» un’indennità, comprensiva degli interessi, pari agli stipendi maturati dal giorno del licenziamento fino alla reintegra. Per il 15 dicembre è attesa un’altra decisione che riguarda una novantina di persone.

Ricordiamo i fatti: 1.666 lavoratori della sede di Roma della multinazionale dei call center erano stati licenziati alla vigilia di Natale 2016, per non aver accettato, come invece i colleghi di Napoli, di sottoscrivere un accordo sindacale che prevedeva fra l’altro la riduzione dello stipendio.

La sentenza del 16 novembre 2017 è netta e dura: in 35 pagine il magistrato parla di licenziamento collettivo «ritorsivo» e di una «vera e propria rappresaglia» da parte di Almaviva nei confronti di coloro che avevano rifiutato l’intesa. Secondo il giudice, i motivi che l’azienda porta a supporto della propria decisione «non sono assolutamente idonei a fornire la prova richiesta dalla legge», ma «servono a nascondere i veri motivi della scelta: liberarsi del più costoso personale romano che non aveva accettato la riduzione delle sue spettanze per sostituirlo, almeno in parte, con personale meno costoso e più conveniente».

E ancora, il giudice afferma che l’accordo sindacale, raggiunto fra le parti, di riduzione del costo del lavoro, con il placet del Governo, «non può essere contrario ai principi costituzionali e a norme imperative, né può individuare criteri che, pur se indirettamente, risultano discriminatori, perché indirizzano, nell’ambito di una procedura collettiva e oltretutto con proposte di contenimento del costo del lavoro che sono anche palesemente lesive dei diritti individuali dei destinatari, la scelta finale dei lavoratori da licenziare verso quelli di una determinata unità produttiva anziché di un’altra».

Per il tribunale, dunque, «appare evidente che (…) chi non accetta di vedersi abbattere la retribuzione (a parità di orario e di mansioni) e lo stesso trattamento di fine rapporto, in spregio dell’art. 2103 del Codice Civile, dell’art. 36 della Costituzione Italiana e di numerosi altri precetti costituzionali ancora vigenti, viene licenziato e chi accetta viene invece salvato». Ricordiamo che l’articolo 36 stabilisce che: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

Il giudice parla di «un messaggio davvero inquietante anche per il futuro e che si traduce comunque in una condotta illegittima, perché attribuisce valore decisivo ai fini della scelta dei lavoratori da licenziare, pur se tramite lo schermo dell’accordo sindacale, ad un fattore (il maggiore costo del personale di una certa sede rispetto ad altre) che per legge è invece del tutto irrilevante a questo fine».

La risposta di Almaviva a questa dura condanna non si è fatta attendere: l’azienda, pur «mantenendo ferma la convinzione del proprio corretto operato» e pur dando «ovviamente attuazione all’ordinanza – riammettendo i lavoratori presso le sedi disponibili, tenendo conto che il sito operativo di Roma è chiuso, impugnerà immediatamente la sentenza, al fine di revocarne gli effetti in tempi brevi». Nella nota, Almaviva ricorda che nove giudici su dieci hanno dichiarato «pienamente legittima la condotta aziendale». L’esito negativo di questi ricorsi, però, è dipeso forse dal fatto che facevano leva su questioni diverse da quelle prese ora in considerazione e non sollevavano il tema della discriminazione. I lavoratori di Almaviva si auspicano ora che dopo questa sentenza si possa arrivare alla riapertura della sede romana e dell’intera vertenza. SR

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