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Avanzando
nell’Oriente in fiamme

 

Il giornalista e storico britannico Peter Hopkirk (1930-2014) ha raccontato nella sua opera più importante, il Grande Gioco, lo scontro tra la Gran Bretagna e la Russia zarista combattuto nella seconda metà dell’Ottocento in Asia Centrale.

Peter Hopkirk

L’impero degli Zar si stava estendendo sempre più verso est costituendo una potenziale minaccia per l’India, mentre gli inglesi si spingevano a nord attraverso i valichi delle montagne più alte del mondo, per mappare il territorio e realizzare avamposti a protezione della loro più importante colonia.

Il Grande Gioco, temine inventato dall’ufficiale britannico Arthur Conolly e immortalato da Rudyard Kipling nel suo romanzo Kim, sarebbe durato fino ai primi del Novecento, quando l’impero moscovita arrivato ormai alle coste dell’oceano Pacifico era entrato in conflitto con l’emergente potenza del Giappone, dal quale subì una sonora sconfitta nel 1905.

La minaccia all’India, se mai fosse stata reale, era cessata e fu possibile sancire la sua scomparsa con l’Accordo Anglo-Russo del 1907. Sette anni dopo Russia e Gran Bretagna si ritrovarono alleati nella Prima guerra mondiale con gli imperi centrali.

Tuttavia dopo la Rivoluzione d’Ottobre, la guerra civile e il consolidamento dell’impero bolscevico, i territori dell’Asia Centrale divennero il campo di battaglia di un nuovo Grande Gioco che Peter Hopkirk narra nel libro Avanzando nell’Oriente in fiamme, pubblicato ora in prima edizione italiana da Mimesis.

I piani di Lenin per l’Asia

Dopo il consolidamento del regime bolscevico al termine della vittoriosa guerra civile, Lenin puntava a conquistare un impero in Asia, privando la Gran Bretagna, principale potenza imperialista, delle risorse senza le quali sarebbe stato più difficile contrastare l’avanzata del comunismo in Occidente.

Come nel Grande Gioco, anche in Avanzando nell’Oriente in fiamme, la narrazione di Peter Hopkirk si concentra sulle vicende dei maggiori protagonisti dei due schieramenti, che l’autore ricostruisce attraverso lo studio dei loro memoriali, accompagnato alla sua personale conoscenza dei luoghi.

Uomini coraggiosi dalle mille risorse

Frederick Bailey

Questi uomini coraggiosi ad un tempo militari, agenti segreti, esploratori, membri della Royal Geographical Society, percorrevano i passi dei monti himalayani, le steppe e i deserti del Turkestan, abitate da bellicose popolazioni musulmane. Erano in grado di sopravvivere in territorio ostile, grazie alla loro astuzia, alla conoscenza delle lingue europee e dei dialetti locali, nonché alla capacità di cambiare velocemente identità.

Come il tenente colonnello Frederick Bailey (1880-1967), del dipartimento indiano dei servizi segreti e politici, combattente nella Grande Guerra, ferito nelle Fiandre e a Gallipoli, scopritore di essenze botaniche e specie di farfalle, che nel 1919 rimase molti mesi nel Turkestan, viaggiando infine tra Tashkent e Bukhara dove, prima di portarsi in salvo in Persia, si nascose per un breve periodo tra le file dei servizi segreti bolscevichi.

Il bilancio di sangue del comunismo

Al di là dell’impegno e del valore dei singoli uomini del dipartimento indiano, la Gran Bretagna e la Francia che non avevano esistano a scatenare la guerra civile europea contro Germania e Austria, non compresero o non vollero comprendere il pericolo costituito dalla nascita di un impero sovietico. E l’enorme bilancio di morti e di sofferenze inferte alle popolazioni civili che ne sarebbe derivato.

Lo storico americano David Bullock nel suo La guerra civile russa 1918-1922, al quale rimandiamo il lettore interessato ad approfondire l’argomento nel suo contesto generale, afferma che nonostante una quantificazione precisa non sia possibile, il costo di vite umane imputabile alla guerra civile e alle sue conseguenze è stimabile nell’ordine delle diverse decine di milioni. Computando i combattenti e i civili durante il confronto militare, le carestie ed epidemie scoppiate nel quadriennio, la collettivizzazione forzata e lo sterminio per fame nel biennio 1932-33, fino alle purghe politiche e militari intraprese da Stalin tra il 1934 e il 1937.

In Avanzando nell’Oriente in fiamme Peter Hopkirk racconta anche le vicende dei principali agitatori marxisti che a partire dal 1920 cercarono di «incendiare l’Oriente» secondo i voleri di Lenin: il russo Michail Borodin e l’indiano Nath Roy.

Il barone von Ungern-Sternberg

R. von Ungern-Sternberg

Un capitolo del libro è dedicato alla controversa figura di Roman von Ungern-Sternberg (1886-1921), il «Barone sanguinario» che nel 1921-1922 tentò di far risorgere l’impero di Gengis Khan in Mongolia.

L’ex ufficiale dello Zar partì dalla capitale Urga alla testa di un esercito irregolare di cavalleria forte di alcune migliaia di uomini con il sogno di liberare la Russia dal bolscevismo.

Dopo numerose battaglie vittoriose e una fallita invasione della Manciuria, Ungern-Sternberg rimase ferito e il 22 agosto 1921 fu abbandonato dai suoi uomini. Ritrovato ancora vivo da alcuni mongoli fu consegnato ai Rossi che il 15 settembre lo fucilarono in una località della Siberia.

Per bilanciare il ritratto che Peter Hopkirk riprende tutto dai suoi detrattori può essere utile la lettura della biografia romanzata del barone von Ungern-Sternberg, Il dio della guerra, scritta dal francese Jean Mabire.

La rivolta musulmana di Enver Pasha

Enver Pasha

Contro i bolscevichi insorsero anche i musulmani chiamati a raccolta dai basmachi – mezzi patrioti e mezzi briganti – che sotto l’abile guida dell’ex generale turco Enver Pasha (1881-1922), riuscirono nella primavera del 1922 a radunare un’esercito di circa settemila uomini e ad infliggere numerosi rovesci ai sovietici.

Essendo cessate da ormai due anni le ostilità nel teatro principale della guerra civile i bolscevichi poterono far affluire contro gli insorti musulmani, così come avevano fatto in Mongolia, un gran numero di truppe ben armate.

Il 4 giugno 1922 Enver Pasha attaccò un esercito bolscevico, grande il doppio del suo, e subì una cocente e decisiva sconfitta. Invece di fuggire in Afghanistan decise di morire combattendo. Il 4 agosto, insieme ad un pugno di uomini si trovò circondato dai nemici. Montò a cavallo e guidò un ultimo attacco di venticinque cavalieri armati di sole spade che caddero sotto il fuoco delle mitragliatrici sovietiche.

Nei capitoli finali di Avanzando nell’Oriente in fiamme, Peter Hopkirk ci porta invece nello Xinjiang, per raccontare da par suo i tentativi falliti di Stalin di costituire negli anni Trenta un enclave sovietico nella provincia cinese a maggioranza turcofona.

Vincenzo Fratta

 

 

 

 

Peter Hopkirk
Avanzando nell’Oriente in fiamme
Mimesis, pp.317