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Le cinque parole
dell’emergenza sanitaria

Emergenza sanitaria: il Lazzaretto vecchio di Venezia, antenato della nostra quarantena casalinga

 

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ci ha posto tutti in quarantena. Ma poi lazzaretto, epidemia, pandemia, virus. Parole che sentiamo ed oramai utilizziamo quotidianamente, sono entrate, nostro malgrado, nelle nostre vite. Già, ma da dove vengono? Qual’è la loro storia?

Emergenza sanitaria: Albrecht Dürer, I Quattro Cavalieri dell'Apocalisse, 1498Forse provando a capire l’etimologia di questi idiomi, oltre alle vicende che li hanno forgiati, potremo tentare di dare un senso a questa vicenda che sta sconvolgendo la vita, l’economia, il futuro della popolazione mondiale e quindi di ognuno di noi.

Quarantena

Forse non tutti sanno che la parola quarantena, dal veneto «quarantina», origina dall’isolamento di quaranta giorni imposto a navi e persone prima di entrare nella laguna della Repubblica di Venezia. E perché quaranta giorni e non trenta o cinquanta?

Venne individuato, come efficace, un periodo abbastanza lungo e, non sapendo a chi votarsi, vennero scelti quaranta giorni come per la Quaresima pasquale. Visto che come periodo temporale di isolamento funzionava, venne mantenuto a lungo per ogni genere di pestilenza.

Questo periodo di isolamento, non troppo diverso da quello al quale siamo stati chiamati noi, fu messo in atto come misura di prevenzione contro una terribile malattia che imperversava in quel periodo, la peste nera.

Tra il 1347 e il 1359 la Peste nera sterminò circa il 30% della popolazione dell’Europa (qui fece venti milioni di morti) e dell’Asia. Arrivò in Europa su di un bastimento veneziano, proveniente proprio dalla Cina, come merci collezionate guarda caso dalla città di Wuhan, approdato, per far rifornimenti, al porto di Ragusa, in Sicilia, da lì si propagò molto rapidamente per l’Europa.

Dopo questo terribile fatto, vennero presi provvedimenti di sanità pubblica. Infatti, in un documento datato 1377, custodito negli Archivi di Stato di Ragusa, viene stabilito che, prima di entrare in città, i nuovi arrivati dovessero passare 30 giorni in un luogo ad accesso limitato, vicino alle isole ragusane dei Porri, Lacroma e Mezzo, in attesa di vedere se i sintomi della peste si fossero sviluppati. Poco dopo anche a Ragusa il periodo di isolamento venne portato a quaranta giorni e venne chiamato quarantena.

Oltre alla peste nera, in realtà malattia batterica e non virale, portata dai ratti e trasmessa all’uomo attraverso le pulci, molte altre malattie vennero combattute con il metodo della quarantena: gli affetti da lebbra venivano, difatti, isolati in zone remote e lasciati a loro stessi se non alle cure improvvisate di monaci e frati, spesso francescani.

Anche per la sifilide venne tentata l’opera di contenimento, dopo la sua diffusione in Europa attorno al 1490, con la quarantena, così come l’epidemia di febbre gialla in Spagna, all’inizio del 1800, ma anche del colera asiatico dal 1831 prima in altri stati europei poi giunto a Venezia nel 1886.

In fatto di tentativi di contenimento di epidemie, Venezia fu la prima ad emanare provvedimenti per tentare di arginarne gli effetti. Vennero nominati tre tutori della salute pubblica nei primi anni della Peste Nera (1347), seguì poi Reggio Emilia nel 1374.

Lazzaretto

E qui passiamo al secondo vocabolo: lazzaretto. Il primo lazzaretto fu fondato da Venezia nel 1403. Visto l’alto tasso di malattie contagiose che spesso circolavano in città, si dedicò una piccola isola della laguna allo scopo di quarantena. Sull’isoletta, praticamente un monastero dei Padri Eremitani, vi era una chiesa intitolata a Santa Maria di Nazareth.

Qui all’inizio si recavano, al ritorno dai pellegrinaggi in Terra santa, i viaggiatori, per ringraziare la Vergine. Così, le persone di fatto recluse per un periodo di osservazione di quaranta giorni sull’isola, vennero chiamati in veneziano «nazareti» poi modificato dall’uso in «lazareti». Il passo è breve e diretto all’identificazione del luogo in lazzaretto.

Epidemia e Pandemia

Epidemia e pandemia. L’etimologia della parola epidemia ci riporta al greco epidemìa, da epì, sopra e dèmos, popolo, cioè «che incombe sopra il popolo», «che riguarda il popolo». Anche l’etimologia della parola pandemia ci riporta al greco pandemìa da pan, tutto, e dèmos, popolo, cioè «di tutto il popolo», «che riguarda tutto il popolo». Quindi proprio di qualcosa che è estremamente diffuso.

Nella accezione standardizzata a livello mondiale, l’epidemia tende ad indicare un diffusione localizzata ad una o ad alcune aree geografiche di una malattia infettiva, mentre nella pandemia la diffusione è a livello intercontinentale o mondiale.

Virus

Emergenza sanitaria: la scoperta della penicillina fu determinante per l'abbattimento della mortalitàLa parola virus, invece, proviene direttamente dalla accezione latina, dove il significato è: veleno. A proposito di virus e virulenza, una riflessione sulla nostra storia e sul modo in cui tutti noi affrontiamo certi eventi. Mentre se si perde il proprio coniuge si rimane «vedovi», si è «orfani» se si perdono i genitori, in italiano non esiste una parola che definisca la perdita di un figlio. Forse perché è un concetto al quale non si vuole pensare, così non lo si definisce proprio.

Ma, purtroppo, per secoli, se non millenni, vedere un figlio morire era una cosa alquanto normale. In Italia, ma anche nel resto del mondo, anche per questo, le donne producevano tantissimi figli.

Nella ricca Svizzera, nel corso del 1876, anno di inizio delle statistiche sulla mortalità, circa 200 bambini su 1000 morirono prima di raggiungere un anno d’età. Oggi, per fortuna, il tasso di mortalità infantile è sceso a circa 3,5 su 1000. Molto spesso le cause dei decessi erano legati a forme virali o batteriche.

Il drastico calo dell’indice della mortalità infantile lo si deve infatti alle campagne di vaccinazione generalizzata, associata, naturalmente, all’igiene e a una buona alimentazione. La diffusione della penicillina, dei sulfamidici e degli antibiotici ha fatto il resto. Un grazie allo scopritore scozzese Alexander Fleming.

Per sconfiggere il Coronavirus attuale dobbiamo riporre la speranza sulla celere realizzazione di un vaccino, intanto stiamo a casa, come nel 1400 a Venezia, nel nostro confortevole e rassicurante Lazzaretto.

Lino Rialti