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La «strada» del successo per David Lynch

 

Mulholland Drive è nato sulla scia della famosa serie televisiva Twin Peaks, come una puntata pilota di una nuova serie che non verrà mai realizzata. Il regista David Lynch trasformò il problema in opportunità e da quell’incipit tirò fuori un film assolutamente leggendario.

Mulholland Drive vanta un prestigioso palmarès: Nel 2001 ha vinto il premio per migliore regia a Cannes. Nel 2002 è stato nominato agli Oscar sempre per la migliore regia.

Nel 2006 è stato ritenuto il miglior film del 21° secolo in un sondaggio della Bbc che ha visto coinvolti oltre 100 critici cinematografici di tutto il mondo.

Ed infine è stato incluso da «Sight & Sound» nella classifica dei migliori 100 film della storia del cinema (unico titolo degli anni Duemila insieme a «In the Mood for Love»).

In occasione dei vent’anni dall’uscita di Mulholland Drive nelle sale italiane, il 15 febbraio 1992, non potevamo non omaggiare uno dei più grandi capolavori cinematografici che hanno cambiato il modo stesso di vedere il cinema.

Ma cos’è che ha contribuito a rendere così apprezzata dai critici cinematografici la pellicola di David Lynch che da due decenni non smette di farci interrogare sul suo senso?

Sono tante le interpretazioni date dal mondo della critica nel corso degli anni: il senso viscerale del film infatti passa per una narrazione che è tutto fuorché lineare.

Destinazione Hollywood la fabbrica dei sogni

Sinuosa come le curve della via di Los Angeles che dà il titolo al film, la trama inizia il suo percorso proprio lì su quella strada la Mulholland Drive.

Un auto avvolta dalla notte la percorre: destinazione Hollywood la fabbrica dei sogni. A bordo una donna. La macchina si ferma improvvisamente. La donna sta per essere uccisa ma avviene uno schianto improvviso con un’altra macchina.

Chi è quella donna che ha perso la memoria nell’incidente appena avvenuto? Chi è la bionda Betty, attrice appena arrivata a Los Angeles con il sogno di sfondare nel cinema, che tenta di aiutarla? È forse in realtà Diane che ha assoldato il killer che ha tentato di ucciderla? E perché? Che legame c’è tra le due donne?

È una strada tortuosa quella lungo la quale il regista conduce le due protagoniste, e noi spettatori, insieme a loro. Ogni logica narrativa si perde percorrendo quella strada che non è altro che il tormentato inconscio di Betty/Diane (Naomi Watts) in cui sogno e realtà si confondono nella città del Cinema.

David Lynch ogni volta che gli veniva chiesto di dare una spiegazione di Mulholland Drive non si è mai sbilanciato, si è sempre limitato a dire che si tratta di una storia d’amore nella città dei sogni.

Ed ha ragione a definirlo così perché il film parla soprattutto di amore: di amore tra due donne e di amore per il Cinema.

Ed il suo linguaggio del non spiegato è quello onirico dei sogni, come per tutti i surrealisti. Non dimentichiamo che oltre ad essere un regista David Lynch è anche un pittore.

A voler ricercare per forza un qualche orientamento o struttura possiamo dire che film è diviso sostanzialmente in due parti.

La prima parte del film è un sogno del personaggio interpretato da Naomi Watts (Betty nel sogno / Diane nella realtà) mentre la seconda parte è la realtà da lei realmente vissuta.

Nel sogno Betty/Diane è un attrice di talento che viene ricambiata dall’amore della donna che ha perso la memoria (Rita nel sogno / Camilla nella realtà) interpretata da Laura Harring.

Siamo nel suo inconscio che cerca di proteggerla dalla tragica realtà: Betty/Diane è pentita di aver assoldato un killer per uccidere la sua amata Camilla.

Ma basta una chiave blu che apre una scatola dello stesso colore e i ruoli s’invertono: l’attrice di successo in realtà non è lei ma Camilla Rhodes.

David Lynch con Naomi Watt durante le riprese di «Mulholland Drive»

Svegliati, è tutto un sogno!

Il passaggio al teatro club Silenzio, in cui una sconvolta Betty si ritrova nella borsetta la misteriosa scatola blu, ridistribuisce ruoli e nomi.

Come mai le protagoniste, e Betty in particolar modo, sono così scosse in questo luogo?

Rebekah Del Rio con il suo canto di dolore Crying fa piangere Rita e Betty, senza un perché. E noi con loro.

La cantante ha una lacrima disegnata sul viso ma le nostre lacrime che scaturiscono dalla sua struggente esibizione sono vere. Poi cade a terra svenuta, mentre la sua voce continua a cantare.

«Qui tutto è registrato, tutto è in playback, ‘No hay banda’ (non c’è orchestra) – dice più volte il presentatore (si tratta forse di un set cinematografico?) – È solo una nastro. È solo un’illusione».

Betty/Diane che sta vivendo l’illusione onirica creata dal suo subconscio è scossa da tremendi brividi: la tragica canzone d’amore non ricambiato è la tragica realtà di Diane, innamorata non ricambiata da Camilla.

Lei si rende conto di ciò e questo è il motivo della sua tristezza, della sua reazione: capisce che tutto sta per finire e sta per tornare alla realtà drammatica che ci verrà mostrata di lì a poco.

Quante volte abbiamo provato una sensazione simile a quella di Betty/Diane alla fine di un film che ci ha coinvolto particolarmente?

Lezione magistrale sulla potenza del falso questo luogo metafisico del Club Silencio altro non è che il Cinema che sta parlando a Betty/Diane, e a noi, e ci sta facendo capire come tutto ciò che abbiamo vissuto fino a quel momento e che ci ha coinvolto così tanto da sembrare reale sia in realtà «registrato», «finto», «no hay banda»: svegliati, è tutto un sogno!

Ci risveglia dal sogno e ci rivela l’inverso del sogno. La chiave blu è in realtà il segnale che il killer ha lasciato a Diane per farle sapere che ha portato a termine il lavoro: la donna che ama è morta per sua stessa mano. Diane in preda ai sensi di colpa si uccide.

Laura Harring in una scena di «Mulholland Drive»

L’ultimo sogno di un cuore spezzato

È una misteriosa donna del Club Silencio, unica spettatrice seduta in alto nel loggione che domina il palcoscenico a commentare la tragica fine di Diane e dei suoi sogni.

Ha i capelli dello stesso colore della scatola che risucchia le due protagoniste a fine spettacolo, blu. Potrebbe essere dunque la Realtà che prende il sopravvento quando il sogno del Cinema sta per finire.

Realtà che non può fare altro che scrutare silenziosamente dall’alto i destini dei mortali. E che può commentare con una sola parola, che rappresenta l’epilogo di Mulholland Drive: Silencio.

Mulhollad Drive è un tributo al cinema stesso. David Lynch ci accompagna in un ammaliante viaggio nel cinema come macchina creatrice dei sogni.

Se il prezzo da pagare è quello di accettare l’illusione. La ricompensa, invece, sta nel «vivere» quell’illusione: un’emozione reale.

Noi non guardiamo soltanto il sogno di Diane, lo viviamo insieme a lei, ne facciamo esperienza, con tutte le incomprensioni tipiche del mondo onirico.

Perché un senso c’è, ed è tutto lì nel film, nelle emozioni che il film ci dà. Il Cinema che può farci sognare. Non serve nient’altro. Ognuno può leggervi ciò che ciò che sente. Noi vi abbiamo sentito ciò di ci vi abbiamo parlato.

È ormai iconica la sua frase: «Non so perché la gente si aspetti che l’arte abbia senso. Accettano il fatto che la vita non ne abbia».

Scivolando lungo il crinale tra reale e onirico, il film che fa dell’enigmaticità il proprio fondamento è, in realtà, un cuore spezzato giunto al suo ultimo sogno.

E quando anche l’ultimo sogno a cui il Cinema ha dato vita finisce, davanti alla tragica realtà, non rimane altro che il Silenzio.

Angela Alizzi

 

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