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Sulla sabbia di Torvajanica
dove sbarcò Enea

Sulla sabbia di Torvajanica, sulle tracce di Enea

 

Ogni angolo della città di Roma ci parla di ascese gloriose e di rovinose cadute, di grandezza e decadenza. Tanto è stato detto e scritto, non bisogna aggiungere altro. Sulle tracce di EneaMa a soli trenta chilometri dalla Caput mundi esiste un luogo dove tutto parla delle sue origini e, anche se avvolta nelle nebbie del mito, ancora si conserva memoria di Enea, l’eroe troiano che, con il suo arrivo sui lidi laziali, ha dato inizio alla storia romana.

Un tratto di strada che parte da Torvajanica ed arriva quasi fin sotto il Borghetto di Partica di Mare ci regala grandi sensazioni.

Certo, passando davanti ai palazzi a ridosso del litorale che caratterizzano Torvajanica, sfregiata alla speculazione edilizia degli anni Sessanta e Settanta, è difficile crederlo, ma un cartello rugginoso ci ricorda che proprio lì sulla spiaggia, alla foce di un fiumiciattolo, il Numicus, oggi Fosso di Pratica di Mare, approdò Enea.

È grande l’emozione che cattura il visitatore, occasionale o intenzionale, nel trovarsi in quei luoghi cantati dal poeta Virgilio e nell’evocare, guardando le onde sulla battigia di un ordinario stabilimento balneare, eventi di tremila anni fa: la distruzione di Troia, la fuga disordinata dei sopravvissuti, le alterne vicende, l’amore distruttivo della regina Didone, l’arrivo sui lidi del Latium Vetus, la guerra con le tribù italiche, la pace.

Mito o non mito, il ricordo è ancora forte: da diversi anni a questa parte, per esempio, il gruppo storico «Lavinium», dell’Associazione Culturale Thyrrenum, organizza con grande successo la rievocazione storica dello sbarco di Enea. E di enorme importanza sono gli scavi del santuario costiero di Sol Indiges, proprio presso la zona dell’approdo.

Heroom di Enea

Qui un tempo era tutta selva, principalmente di querce da sughero. Ed in questa selva, ci informa lo storico Dionigi di Alicarnasso, s’inoltrò Enea verso l’interno, per quattro chilometri e duecentosessanta metri (cioè, l’antica misura romana equivalente a 24 stadi). Messo sull’avviso da una serie di prodigi, inseguì una scrofa nera con trenta porcellini e, dove questa si fermò, fondò l’antica città di Lavinium.

Percorriamo oggi con il cuore in gola questi quattro chilometri e rotti fra campi sportivi, officine e un centro commerciale, consapevoli di stare seguendo una via sacra e un po’ dispiaciuti del fatto che pochi sembrano rendersene conto.

Guardando dal finestrino dell’auto, si nota una distesa collinare di prati incolti, recintata. Si entra con una guida, su prenotazione. Là gli archeologi hanno trovato il tumulo alto 18 metri che si pensa essere l’Heroon, la tomba dell’eroe troiano.

Dionigi di Alicarnasso racconta di un’area di culto circondata da alberi e di un’iscrizione che recita: «Dio padre Indigete che guida la corrente del fiume Numico». In effetti, l’appellativo di Enea presso i Romani era Padre Indigete e, secondo la leggenda, sarebbe morto combattendo sulle rive del Numico.

La tomba ritrovata è un cassone rettangolare di due metri e mezzo per un metro e sessanta, coperta da lastre di pietra e ornata di un corredo funerario degno di un grande capo. Tutta l’area, poi, divenne nei secoli un santuario, completo di tredici altari e statuette votive.

Siamo al tramonto, la luce del sole arriva radente; ci giriamo ancora verso il litorale, seguendo il gesto della guida: laggiù, dove due palazzoni spiccano contro il cielo, proprio là in mezzo, da uno sbarco sulla sabbia è iniziata la grande epopea di Roma.

Mariapaola Tangianu

 

 

E NEI DINTORNI

C’era una volta… il Borgo di Pratica di Mare del 16 novembre 2020