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Il futuro dell’America
post-globale

Andrew Spannaus, L'America Post-globale, Mimesis edizioni

 

In vista delle elezioni presidenziali americane del novembre 2020 il giornalista e analista politico Andrew Spannaus ha pubblicato per edizioni Mimesis il saggio L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, nel quale traccia un bilancio dei quattro anni di presidenza del Tycoon scevro dai preconcetti e dalle mistificazioni messe in atto dai liberal e dalle sinistre dei due lati dell’Atlantico.

L'analista politico Andrew SpannausUna lettura molto interessante anche ora che sappiamo che Trump non rimarrà alla Casa Bianca per il secondo mandato. E non soltanto per la circostanza che il presidente uscente ha ottenuto un risultato molto al di sopra del consenso che gli veniva attribuito dai sondaggi, ma perché i mutamenti occorsi nella società americana durante l’era Trump avranno le loro ripercussioni sulle politiche di José Biden, il nuovo presidente degli Stati Uniti che si insedierà il 21 gennaio.

La prima parte dell’America post-globale illustra gli ostacoli preventivi posti sul percorso di Trump dalla comunità dell’intelligence – quello che Andrew Spannaus definisce lo «stato profondo» dell’America –, e i risultati ottenuti o meno dal neo presidente in politica esterna e in politica economica.

La seconda parte del libro affronta la risposta dell’amministrazione Trump all’emergenza Coronavirus e i cambiamenti che la pandemia ha accelerato nel sistema economico americano.

La risposta all’emergenza economica

Mentre è evidente che la risposta «sanitaria» alla diffusione del virus sia stata insufficiente e, con l’aggravante delle esternazioni del presidente, sia costata a Trump la rielezione, Andrew Spannaus spiega come in campo economico la risposta dell’amministrazione americana sia invece risultata efficace nonché portatrice di importanti mutamenti dei quali Biden dovrà tenere conto.

Gli Stati Uniti hanno reagito velocemente alla crisi economica indotta dalla pandemia mettendo da parte i vincoli di bilancio pubblico e varando un piano di investimenti che ha immesso nell’economia reale 3mila miliardi di dollari, pari al 14% del Pil americano, nei soli mesi di marzo e aprile 2020. Inoltre si è fatto in modo che la Fed cominciasse a finanziare le spese governative.

La pandemia ha insomma accelerato la messa in discussione della globalizzazione e del dominio del libero mercato finanziario, ponendo le base per un ritorno ad un ruolo maggiore dello Stato, secondo una linea che aveva determinato il successo di Trump nel 2016.

Come l’autore aveva anticipato nel suo Perché vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell’America, The Donald sarebbe diventato presiedente essenzialmente perché si era fatto interprete «del malcontento politico e culturale generato dall’atteggiamento dell’establishment americano di ignorare i problemi di una parte della società e di esclude la possibilità di cambiare i processi in atto».

Tramonta il mito del debito pubblico

Ora, di fronte all’emergenza economica determinata dalla pandemia in America, si è deciso di spendere in modo (quasi) senza precedenti e si è smontato il mito del pericolo del debito pubblico: l’utilizzo delle banche centrali per «monetizzare» il debito, senza alcuna preoccupazione per la stabilità del paese, ha reso evidente che lo stesso meccanismo può essere sfruttato per affrontare anche altri problemi.

«Abbandonare il concetto di pareggio di bilancio, della copertura di nuove spese, — spiega Andrew Spannaus —significa aprire una nuova fase di sviluppo economico e sociale, e ridare potere alla politica, dopo decenni di dominio da parte dei mercati finanziari e degli economisti neoliberalismi».

Questo nuovo indirizzo è stato definito un ritorno all’originario «sistema americano di economia politica» e accostato nella storia a nomi come Benjamin Franklin, Alexander Hamilton, Henry Clay, Abraham Lincoln, Franklin Roosevelt e John F. Kennedy. Invece che al sistema della globalizzazione si punta ad uno sviluppo dell’economia privata incoraggiato e guidato da uno Stato centrale forte, inteso come il modo migliore di generare crescita e di innalzare la condizione della popolazione in generale.

Queste posizioni si stanno facendo lentamente strada all’interno del partito Repubblicano, mentre in campo Democratico trovano convinti fautori in Bernie Sanders e Elizabeth Warren che hanno in parte reindirizzato la seconda parte della campagna elettorale del prudente centrista Biden.

Con l’arrivo del nuovo inquilino della Casa Bianca si vedrà se i «globalisti di Wall Street» riusciranno a bloccare la trasformazione in atto, insediandosi nelle posizioni chiave della sua amministrazione, oppure se il cambiamento di fase potrà continuare. Così come sarà da vedere quanto resterà delle linee tracciate da Trump in politica estera, nel confronto con la Cina e nei rapporti con l’Unione europea.

Vincenzo Fratta

 

 

Andreaw Spannaus
L’America post-globale
Mimeis, pp.187