QUALE FUTURO PER LE BANCHE

La Bce e il problema
dei crediti deteriorati

 

Due fatti importanti condizioneranno le banche italiane nel 2018. Il primo avrà luogo alla fine del nuovo anno, allorché cesserà l’intervento protettivo della Bce sui tassi di interesse. Come noto la politica deflazionistica impostata da Draghi negli ultimi anni ha spostato quantità enormi di titoli di debito sovrano dalle tasche dei possessori alle casse della Banca Europea. Ciò ha consentito il mantenimento di tassi di interesse vicino allo zero o, addirittura, di segno negativo.

Il deprezzamento del rendimento del denaro a limiti così bassi, nei progetti dei veri padroni dell’Euro (il popolo italiano, come gli altri europei, lo usa e basta) avrebbe dovuto favorire i consumi e gli investimenti e, soprattutto, evitare il default del bilancio statale.

Ora, al di là delle immaginifiche crescite o riprese dell’economia nazionale italiana tanto decantate da Renzi & Co., un fatto è certo: la ripresa se c’è stata non ha affatto sortito effetti tali da far prevedere che la «barca» italiana resti a galla quando verrà tolto il tappo Bce dalla falla. Anzi è facilmente prevedibile che alla crescita dei tassi corrisponderà un forte arroccamento degli investimenti, in attesa che la situazione anche internazionale si chiarisca. Il risultato? Disoccupazione, stagflazione, perdita del valore reale del denaro, debito pubblico alle stelle (ma cosa c’è oltre la soglia stratosferica di 2,3 milioni di miliardi di Euro?).

Le banche, in questo sconquasso, saranno costrette ad alzare gli interessi attivi mentre, paradossalmente, non concederanno nulla a quelli passivi. Aumenterà la «forbice» creditizia, certo, ma sarà difficile spiegare ai loro clienti titolari di un deposito o prestito, che è uguale e devono comunque pagare qualcosa. La gente terrà i soldi sotto il materasso come usava una volta, per la gioia dei ladri di appartamento, ma ciò determinerà il ritorno alle drammatiche crisi di liquidità del Sistema che, per approvvigionarsi delle riserve di Legge, dovrà esborsare sempre maggiori interessi. Risultato? Le banche non potranno far fronte alle richieste di rimborso e, si sa, una volta messo in moto il «meccanismo del rifiuto»…

C’è però un secondo fatto decisivo per gli Istituti di credito, fissato per il 30 giugno prossimo, cioè domani. Il famigerato rapporto crediti/sofferenze deve restare, per disposizione europea, sotto la soglia del 10%. La colpa, insomma, è dei «Non performing loans» (Npl) che in lingua italiana si pronuncia «crediti deteriorati», cioè quelli che presentano forti dubbi di rientro.

Ora, la Legge bancaria italiana che fu emanata in tempi nei quali potevamo infischiarcene dell’Europa (1936), ha sempre giocato sulle diverse qualificazioni del credito «deteriorato», precisamente in «dubbioso» o «sotto osservazione», poi «incagliato» e alla fine «sofferente». Dopo la decottura procedurale seguiva, una volta, l’inesigibilità e la svalutazione, quest’ultima vera manna fiscale del bilancio.

Già perché, in questi rivoli di diversa qualità del credito le banche ci hanno da sempre «costruito» i loro bilanci, attraverso procedure consacrate di cessione dei crediti, che si definiscono «cartolarizzazioni» attraverso appositi veicoli finanziari.

A dirla è facile, in realtà le cose stanno messe male. Chi ha iniziato da tempo, tra le banche. a scrollarsi di dosso il fardello dei Npl (come Unicredit o Intesa e, con i soldi degli italiani, anche Monte Paschi) bene o male ha a portata di mano la citata soglia fatidica. Ma gli altri? Le banche «minori», quelle che non hanno fatto (o voluto) seguire l’esempio dei fratelli e sorelle maggiori, che faranno?

Paradossalmente i grandi Istituti italiani reggeranno alla tempesta, ma c’è il rischio serio e cogente che assisteremo a breve ad altri «tonfi» locali, con gente che andrà in giro con i cartelli e amministratori che la faranno franca.

Allora, consentitemi un dubbio. Questa soglia del 10% la vuole l’Europa ma a chi fa comodo? Non è evidente che si tratta di un facile modo, nemmeno tanto oscuro, di togliere dal mercato una serie considerevole di piccola concorrenza?

Senza le piccole, insomma, le grandi faranno ciò che vogliono, nella più dottrinale sistemazione oligopolistica di un settore dove tradizionalmente la concorrenza non è mai piaciuta troppo.

Ecco dunque, per i giganti ultranazionali della Finanza, la seconda stampella del «Being In». Con quest’ultimo, se le cose vanno male, so a chi far pagare i miei errori, con quest’altro mi tolgo di mezzo gli odiosi competitors, che non mi fanno guadagnare di più.

In mezzo, naturalmente, ci siamo noi utenti e piccoli risparmiatori che avremo poca scelta per depositare i risparmi, oppure con i soldi «sotto il materasso» a disposizione dei ladri veri.

Alfredo Moretti

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