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La moda che mangia
il pianeta

 

Una bella camicia al prezzo di un caffè. Un paio di scarpe che costa come una panino. È legittimo chiedersi come sia possibile. Da diversi anni sono sbarcati, anche in Italia, i grandi marchi del cosiddetto «fast fashion». Grandi magazzini, spesso ospitati nei centri commerciali, che offrono quello che una volta era chiamato il «pronto moda», del quale in Italia eravamo i produttori, e che ora si chiama appunto «fast fashion», vestiti ed accessori, anche a volte ben fatti, a prezzi da stocchista, da asta fallimentare.

Ma chi c’è dietro a questo grande, grandissimo business? Aziende multinazionali puntando sul volume e sui numeri assoluti delle vendite macinano fatturati strepitosi. Presentano bilanci pubblicati sempre crescenti. È la moda al tempo della crisi. Noi continuiamo a poterci permettere di acquistare e forse comperiamo anche troppo e le spese però qualcuno le paga e le paga care.

Le aziende italiane che hanno resistito fino ad oggi stanno veramente affondando. Non ce la fanno. La concorrenza è spietata e sicuramente non sostenibile. Le regole del mercato sono troppo diverse. La tassazione non paragonabile. Le paghe e le regole sulla sicurezza nemmeno avvicinabili lontanamente. Infatti, da qualche parte, in questo disgregato pianeta ci sono degli esseri umani, nuovi schiavi di questo sistema.

Un triste ma vivido esempio lo troviamo soprattutto tra le giovanissime donne del Tamil Nadu, distretto dell’India meridionale, che sono costrette a turni estenuanti, anche di venti ore al giorno, private della libertà di movimento e di comunicare col mondo esterno, pagate non con uno stipendio mensile, ma con una modesta somma di denaro per le esigenze quotidiane. Queste ragazze lavorano nell’industria tessile locale, che produce filati per le catene di fast fashion. Vengono reclutate da mediatori dalle campagne più sperdute, vengono ospitate in ostelli annessi alle fabbriche dove lavorano in maniera continuativa.

Le lavoratrici spesso non sono nemmeno retribuite. Ottengono solo una promessa di corresponsione cumulativa di una paga, fatta all’inizio del rapporto di lavoro, magari da onorare dopo tre o quattro anni. Spessissimo questa paga, che si aggira complessivamente sui 800 o 1000 euro, sognata quale dote da portare allo sposo, non viene versata accampando scuse o allontanando la lavoratrice prima dello scadere di questo peculiare contratto. Ma storie di sfruttamento simili le troviamo tra i lavoratori e soprattutto le lavoratrici di Bangladesh, Cambogia, Brasile, Cina ma la lista è ogni giorno più lunga.

Nel mondo occidentale tendiamo ad ignorare molto di queste vicende. Infatti fast fashion è un termine in uso da pochi anni, ancora è quasi un gergo tecnico principalmente usato dai rivenditori di moda. L’accezione elegante vuole che significhi un design che passa rapidamente dalle passerelle delle capitali della moda e che influenzi le tendenze «captate» da produttori che le riproducono in maniera massiva. L’economicità e la rapidità sono le due parole chiave che dettano le regole delle produzioni. Dalla progettazione dei capi al packaging tutto è studiato per costare il meno possibile. Questo consente ai consumatori di acquistarle a basso prezzo. Questa è la strategia di produzione H&M, Zara, Peacocks, Primark, Xcel Brands e Topshop e tanti altri.

Il fast fashion è un modello produttivo nato negli Usa nei favolosi anni ’80 e denominato «risposta rapida» che aveva preso ispirazione dal pronto moda italiano nato in Veneto negli anni ’60. Attorno ai primi anni dei ’90 grandi marchi americani idearono la delocalizzazione per abbattere i costi di produzione chiudendo il cerchio. Zara è stata il primo brand ad abbracciare questa rivoluzione. Quasi subito seguito dal gruppo Benetton.

La moda, un tempo esclusivamente luogo quasi etereo, romantico, elegante e raffinato i cui prodotti erano eterni e segnavano epoche, oggi è stata invasa dal prodotto usa e getta creato in velocità, usato subito e per poco e rapidamente buttato via. Ma nulla è lasciato al caso. Questo è il marketing della fast fashion. La grande quantità di capi ed il costante riassortimento, la loro disposizione, continui cambi di prezzo anche sugli stessi capi, sconti a sorpresa alla cassa, luci, colori e suoni, tutto contribuisce a generare il desiderio nei confronti delle nuove creazioni in tempi molto rapidi. Le stagioni della moda in questo mondo non seguono più le stagioni naturali, cambiano ogni 4 o 6 settimane. Chi entra in questo vortice è facile che vi si perda…

Non possiamo non considerare altri aspetti deleteri di questo pazzesco circo: l’impatto ambientale. Secondo Elizabeth Cline, autrice dell’articolo «Where Does Discarded Clothing Go?» in italiano «Dove finiscono i vestiti scartati?», gli Americani acquistano oggi una quantità di abiti cinque volte superiore a quella del 1980. A causa di questo aumento di consumo, i paesi sviluppati stanno producendo sempre più vestiti ad ogni stagione. Gli Stati Uniti, infatti, importano da soli più di un milione di capi d’abbigliamento ogni anno solo dalla Cina, mentre il consumo nel Regno Unito è salito del 37% dal 2001 al 2005. Questo aumento di consumo sta contribuendo in modo significativo all’inquinamento causato dalla fast fashion, oltre che all’aumento della quantità di tessuti scartati.

Non si conoscono i dati italiani ma oramai non si dovrebbero discostare di molto da quelli degli altri paesi industrializzati, dove per esempio, sempre parlando degli Usa, una famiglia produce più di 30 kg di rifiuti tessili all’anno. Basta moltiplicare questo dato per la popolazione attuale americane ed il risultato è a dir poco preoccupante: vengono gettati via circa 10,5 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. E siccome l’abbigliamento che viene buttato in discarica è spesso costituito da materiali sintetici questi non si degradarsi correttamente.

Insomma una montagna di stracci che intasa le discariche causando effetti negativi sull’ambiente. Ma questa è solo la punta dell’iceberg del problema. Per produrre quei vestiti, ora stracci abbiamo sfruttato materie prime ed idrocarburi. In tutte le fasi della produzione tessile, gli ecosistemi acquatici, terrestri e atmosferici subiscono danni ambientali duraturi. C’è poi il problema oggi più stringente: il rilascio di gas serra nell’aria dovuto ai processi di produzione, lavorazione e trasporto di questi vestiti. Ne risulta, quindi, che la fast fashion ha causato un crescente danno ambientale nel corso degli anni.

Sicuramente è già stato dimenticato un episodio di cronaca terribilmente rappresentativo del problema. Forse a qualcuno tornerà in mente se si parla di Rana Plaza. Questo era il nome di una fabbrica di abbigliamento in Bangladesh che crollò nel 2013 uccidendo più di mille lavoratori e lavoratrici intente a confezionare proprio fast fashion. Fu sconcertante ed attirò l’attenzione dei media per un paio di giorni. Fu l’incidente in una fabbrica di abbigliamento con il maggior numero di vittime della storia.

L’edificio di cinque piani crollò a causa di un cedimento strutturale. Giusto per far capire il clima che si respira in quei luoghi: sebbene i lavoratori notassero delle crepe sui muri e l’ambiente fosse stato dichiarato insicuro per lavorare, i dipendenti furono costretti ad andare a lavorare anche il giorno successivo all’incidente in quello che rimaneva della fabbrica.

I proprietari delle fabbriche di abbigliamento, infatti, devono rispettare i tempi di consegna per non pagare penali costosissime ma possono, in quei paesi, infischiarsene delle norme sulla salute e la sicurezza. Complice la corruzione dilagante in tutti quei paesi, i marchi che commercializzano in occidente riescono anche ad ottenere certificazioni circa il rispetto delle norme minime di sicurezza, contrattuali ed ambientali.

Forse dovremmo pensare a tutto questo prima di entrare in uno di questi grandi magazzini, ora anche virtualmente presenti sulla rete, e comperare tutto quello che ci viene in mente.

Lino Rialti