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RISCALDAMENTO GLOBALE

Gesti quotidiani per frenare
le emissioni di CO2

 

Non esistono più le mezze stagioni. Anzi non esistono più le stagioni come le eravamo abituati a conoscere. Insomma siamo già dentro il cosiddetto «cambiamento climatico». Ma non dobbiamo gettare la spugna. Non dobbiamo scoraggiarci. Molto ancora si può, anzi si deve fare. Lo dobbiamo per quel senso di altruità che caratterizza il lato buono di ogni persona.

Così, nel nostro piccolo, dobbiamo lasciar spazio ad un cambiamento, un cambiamento che porti verso dei piccoli gesti quotidiani che se condivisi da molti possono fare la differenza. Ma quali sono i comportamenti da imparare a tenere perché validi dal punto di vista del footprint, l’impronta che vivendo lasciamo sul pianeta e che dovrebbe essere più leggera possibile… Insomma, cosa possiamo fare per ridurre le emissioni gas serra che stanno causando il fenomeno del surriscaldamento globale.

Secondo uno studio pubblicato qualche tempo fa, ma ancora attuale, messo a punto dalla svedese Lund University, ci sono una serie di atti che davvero contribuiscono a frenare il riscaldamento globale. Sono davvero drastici e razionalistici, come solo gli svedesi sanno fare. Il primo punto è avere meno figli poi rinunciare all’auto e alla carne. Non si può dire che non siano punti nodali, non solo del nostro vivere, ma anche del nostro sentire, delle nostre tradizione, della nostra economia…

Se teniamo in mente che, se riuscissimo ad aderire agli accordi di Parigi, sulla terra, ogni uomo dovrà ridurre di almeno due tonnellate l’anno la propria emissione di CO2 entro il 2050, allora si capisce che siamo tutti chiamati a fare la nostra parte.

Dicevamo del controllo delle nascite, certo, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove l’esplosione demografica è più preoccupante… infatti, secondo i calcoli dello studio svedese, un figlio produce 58,6 tonnellate di CO2 in un anno. Detto questo rinunciare a procreare potrebbe apparire, soprattutto in certe parti del pianeta, dove la procreazione è un fatto culturale, poco praticabile. La stessa Chiesa cristiana, dalla cattolica alla protestante, però, hanno posto attenzione alle tematiche del controllo delle nascite nei paesi poveri. Per esempio anche nell’enciclica «Laudato si» di Papa Francesco, si parla di «controllo delle nascite».

Più semplice eticamente, ma non così tanto in pratica, rinunciare all’automobile: fa 2,4 tonnellate di CO2 in meno all’anno. Poi viene la rinuncia ai voli aerei poiché producono 285 grammi di CO2 per ogni passeggero (una media di 88 persone a volo) per ogni chilometro percorso. Per esempio evitare un volo intercontinentale fa risparmiare 1,6 tonnellate di anidride carbonica.

Capitolo a parte, l’alimentazione. Rinunciare alla carne vuole dire in media non produrre 820 chilogrammi di CO2 all’anno, un bel risparmio con uno sforzo modesto. Vivere plant based, alla fine ci riporta alla vera dieta mediterranea, la nostra alimentazione che ci ha permesso di vivere a lungo e bene per tanto tempo, senza tutti i problemi di salute dai quali siamo afflitti di recente a causa delle malattie metaboliche, collegate strettamente al consumo di alimenti altamente calorici e tossici per il nostro organismo.

Un aspetto che riguarda lo svago… già sento mormorii e brontolii. È stato calcolato che una partita di calcio emette 820 tonnellate di CO2, energia elettrica per l’illuminazione, energia per coltivare il prato, energia per far affluire gli spettatori e per farli allontanare dal campo… Comunque, tutto, ma proprio tutto produce CO2: anche una semplice e-mail, che inviamo e riceviamo a decine, a centinaia al giorno, produce anidride carbonica. E ne produce non poca, pensando a quanto sia immateriale ed eterea, ben 19 grammi. Quantità calcolata prendendo in considerazione l’elettricità consumata dal un pc, dal server e dall’altro pc durante il processo di invio e ricezione.

Quindi i comportamenti virtuosi sono sicuramente l’uso della bici, del cammino, solo dopo arriva, per rinunciare all’auto, l’uso dei mezzi pubblici che fa risparmiare CO2 rispetto ai mezzi di trasporto individuali, ma un po’ di CO2 lo produce comunque.

Insomma, l’azione del singolo è importante e non di poco conto, anche se la differenza la fa il comportamento del «gregge». Abbiamo bisogno di azioni concertate, di politiche ambientali che invitino a modificare stili di vita e modi di organizzare il lavoro e la vita.

Dobbiamo tenere presente che vi è una forte resistenza alla modifica dei cambiamenti pro-clima. Infatti troppi sono gli interessi economici in gioco. Interi stati hanno economie basate sull’aumento della vendita di materie prime inquinanti ed altri sull’aumento della produzione dei gas serra quale scarto dei processi produttivi vetusti.

Una correlazione stretta, insomma, tra l’aumento dell’inquinamento e l’aumento della ricchezza, almeno per qualcuno. Quindi la sfida per il futuro prossimo, veramente, direi, per il presente, è questa: coniugare un modello di sviluppo economico che permetta anche di ridurre le emissioni inquinanti. La cosiddetta Green Economy, festa alla quale dovremmo far partecipare anche tutti quei paesi che stanno uscendo, più o meno, dalla povertà: questo vorrebbe dire lasciare a casa loro tutti quei popoli che invece stanno migrando verso di noi.

Certo non si può dir loro di tornare indietro per salvare il clima. Un argomento poco convincente, soprattutto mentre l’Occidente, pur impegnato a ridurre la produzione di CO2, presenta le quote maggiori di emissioni pro capite.

Insomma salvare il pianeta si può. Ognuno di noi sa cosa può fare e lo dovrebbe mettere in pratica, mentre i governi dovrebbero adottare tutte quelle politiche, anche emergenziali, visto il baratro nel quale stiamo cadendo. C’è rimasto pochissimo tempo. È ora di darci una mossa.

Lino Rialti

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