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Il Paese sta pagando
gli sconsiderati tagli alla spesa

Covid-19 e SSN. L'ospedale Carlo Forlanini di Roma chiuso nel 2015 dalla Regione Lazio. Zingaretti vorrebbe assegnarlo alle Ong

 

Per assistere i contagiati da Covid-19 medici e personale sanitario degli ospedali italiani stanno facendo il possibile. Ma l’epidemia ha fatto venire alla luce la cattiva gestione della sanità pubblica italiana.

Covid-19 e SSN. I medici e il personale sanitario in prima linea contro l'epidemiaDal 2002, anno di pubblicazione del primo Piano Pandemico Generale, a parte schemi e diagrammi, pianificazioni strategiche su vasta scala, standardizzazione di metodiche, la realtà è stata, purtroppo un’altra: il forte ridimensionamento degli investimenti in sanità.

Se nel 1990 la spesa sanitaria pro-capite si attestava attorno all’equivalente di 700 euro, con un trend che, fino a quel punto, era stato sempre in crescita, da quell’anno si registra una nuova tendenza che, tra alti e bassi ci ha portato dove siamo ora.

Ossia, dopo ben 28 anni, la spesa sanitaria arrivata a circa 1800 euro, poco più del doppio (fonti Aifa, Università La Sapienza e G. D’Annunzio).

Una sanità depauperata delle armi più efficaci, che sarebbero risultate molto utili nell’odierna lotta contro gli effetti dell’epidemia di Covid-19. Un Sistema Sanitario Nazionale dove l’efficienza è un vanto dei pochi che riescono tra mille difficoltà ad andare avanti. Dove, nonostante sia stato a tutti noto che i tagli lineari avrebbero portato problemi, si è continuato a farli. Dove si sono bloccate le assunzioni del personale, si sono chiuse strutture sanitarie e si sono accorpati ospedali con una considerevole emorragia di posti letto. Si è creato un centro unico di acquisti elefantiaco e pieno di falle.

Dove si è consolidato un sistema autoreferenziale dove pochi medici gestiscono, con tecniche collaudate e standardizzate, accessi a dottorato di ricerca e borse di studio, col risultato di fughe all’estero di professionisti promettenti.

Tutto per il vile denaro. Per non aver saputo contrattare e spuntare condizioni migliori nei piani di rientro imposti dall’Europa. E non è finita qui. La prova del nove la stiamo facendo ora, ai tempi del Covid-19.

Oggi gli italiani hanno paura per la loro salute ma sono anche preoccupati per il loro futuro, e come dargli torto?

Quando tutto sarà finito, cosa ne sarà del lavoro, delle imprese, del commercio, dell’artigianato. Si riusciranno a mantenere tutti i posti di lavoro degli operai e dei dipendenti di quelle aziende che, ora ferme, dovranno ripartire su un treno sgangherato che si incamminerà su una rotaia bombardata.

Ma in effetti, non possiamo dare la colpa sempre a qualcun altro. Dobbiamo batterci il petto e recitare il mea culpa.

Il rigore dei conti europeo, infondo, impone solamente una politica economica che non peggiori il deficit, il debito pubblico. Non impone assolutamente tagli, ed assolutamente non impone tagli alla sanità.

Certo, si deve essere disposti a tagliare da altre parti, ma il capitolo sanitario è il più corposo e si presta, nelle mille pieghe, al taglio ed alla sforbiciata, in alternativa a tutto questo si dovrebbe aumentare la tassazione, cosa impopolare.

La bufala ricorrente dei pareggi di bilancio con lotte spaziali all’evasione è solo fuffa. L’evasione va combattuta ma non si può, come in pratica già è successo, contabilizzarla in via previsionale, si creerebbero solo ulteriori buchi di bilancio.

Se si avesse paura del famoso fiscal compact, tranquilli, non è stato di fatto applicato. Questo patto di bilancio europeo richiedeva di ridurre il debito pubblico di tre punti percentuali di Pil all’anno, il nostro debito non è sceso e non è scattata nessuna penalizzazione, ergo… Se poi si volesse essere realistici e un pizzico fatalistici, dovremmo preoccuparci più dei mercati che dell’Europa.

Certo la Bce ci (a tutti noi europei) sta dando una mano con la sua politica dei bassi tassi di interesse. Questo è la prova, però, che siamo in emergenza.

Lino Rialti

 

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