FANPAGE 2

La lettera di Giorgia Meloni
ai dirigenti di Fdi

Giorgia Meloni fa chiarezza dopo le polemiche per Fanpage 2

 

Dopo le strumentalizzazioni seguite alla messa in onda della seconda parte dell’inchiesta di Fanpage sulla «Gioventù Meloniana», la premier ha scritto una lettera appassionata e appassionante ai dirigenti di Fdi che vuole essere una messa a punto identitaria, per rinnovare uno slancio in avanti e respingere ogni ripiegamento.

Nun te reggae più

Mentre crescono le strumentalizzazioni seguite alla seconda puntata della pseudo inchiesta di Fanpage, la premier scrive una lettera ai dirigenti di Fdi contenente una chiara messa a punto identitaria.Anticipato il prosieguo con un evento in presenza, per il pubblico di Fanpage, in cui, nonostante manchino riprese con campo largo, si auto contano in 1500 persone, probabilmente in attesa della didattica didascalica di Roberto Saviano che aveva già commentato e magnificato la prima parte, in realtà il girato è estremamente più povero del primo. Peraltro, ci informa la redazione di Fanpage, in realtà il video è «arricchito» da acquisizioni recenti di ex militanti che hanno passato chat di gruppo con battute banali.

Sembrerebbe, quindi, una mera azione di propaganda anti governativa, per coalizzare un’opposizione che altrimenti potrebbe partecipare alla sagra dei morti viventi. Il risultato, infatti, non è una disamina sagace e puntuale delle idee di un partito, ma una rievocazione nostalgica di un antifascismo, in realtà stantio, che non può che produrre il folklore, forse liberatorio, tanto stigmatizzato.

Insomma, due facce della stessa medaglia e, come cantava Rino Gaetano, «Nun te reggae più».

Bisogna dire che il degrado macchiettistico di vuote tenzoni, dell’«allarme son fassisti», non esaurisce il lavoro di Fanpage e, se pur bisogna andarseli a cercare i pezzi interessanti, qualcosa si trova.

Le parole di Rampelli

Un primo contributo mette in contraddizione le parole di Fabio Rampelli, che si auto arroga il ruolo di traghettatore della nuova destra.

Vengono riprese le due interviste in cui esplicita le coordinate di Fratelli d’Italia in cui non possono esserci doppi standard o «fascistelli». Poi, però, vengono mostrate alcune riprese con il Vicepresidente della Camera, integrato, nel 2019, in iniziative comuni e rituali di commemorazione neofascista (Per la strage di Acca Larenzia e per Paolo di Nella).

Pur nella consapevolezza che il contesto commemorativo non è assimilabile a quello propagandistico, e evidenziando il fatto che Rampelli non fa il saluto romano, non sarebbe più coerente un rituale di Fdi, omogeneo, espresso solo con la mano sul cuore e il grido presente, per onorare la memoria dei giovani uccisi?

Case editrici e movimenti giovanili

C’è poi un’altra inchiesta che, rifacendosi ad una precedente del periodico dell’Anpi Patria Indipendente, analizza il substrato culturale dei movimenti identitari e la scelta di alcuni di questi, inseriti in network anche internazionali, come Casaggì, di aderire, e inserirsi, nel progetto giovanile di Fratelli d’Italia.

Se la scelta editoriale e le pubblicazioni di alcune case editrici come «Passaggio al bosco» (citazione dagli scritti di Ernst Junger), non può essere censurata a priori nella consapevolezza che proprio questa alimenta il revanscismo, di cui il pensiero critico è l’antidoto, alcuni contenuti e schemi ideologici sono da analizzare.

Al di là dei riferimenti, infatti, alcuni manifesti, sono intrisi di un senso di paura e di bersagli su cui sfogare una frustrazione indotta.

Esistono i problemi, come la natalità quasi azzerata dell’Italia, ma la gerarchia di questi è dominata, ad esempio, dell’immigrazione incontrollata, un paravento, che può essere scambiato addirittura per la causa della prima.

Ad oggi, poi, i veri pericoli sono il rischio della soluzione bellica nucleare, magari agita di riflesso e con poca lucidità. Oppure le conseguenze sempre più nefaste di fenomeni climatici incontrollabili. O il sostegno ad un sistema sanitario che ora sappiamo quanto debba agire sotto stress.

Sinceramente, da queste prospettive le divisioni tra fascismo e antifascismo, anche quest’ultimo nutrito, fino ai livelli istituzionali, di paura e bersagli, hanno poco senso.

La lettera di Giorgia Meloni 

In questo quadro è utile leggere la lettera di Giorgia Meloni a Fdi. Senza nulla voler concedere al metodo giornalistico usato, anzi, esasperandone la direzione univoca verso cui è stato puntato, in uno slancio vittimistico che poco si addice a chi non è più all’opposizione, viene fatta una distinzione tra una casa per tutti i patrioti dove possono albergare viandanti dai percorsi più diversi, per la promozione dei valori conservatori, e il nostalgismo macchiettista di chi è ancorato alle esperienze totalitarie, e i precipitati antisemiti e razzisti che ne sono il portato.

In realtà, è storia — e forse attualità : l’antisemitismo e il razzismo hanno albergato un po’ in tutto l’occidente e non ne sono immuni anche nazioni considerate grandi democrazie.

Tuttavia, il ripudio della Meloni è totale e senza equivoci. Anche quel richiamo al patriottismo potrebbe indurre ad una riflessione forse ancora non maturata in altre sponde, sui pericoli del nazionalismo che si basano — rievocando, riadattata, una citazione letteraria di un autore conservatore (G. K. Chesterton) — nel conflitto contro un nemico, piuttosto che sull’amore verso ciò che ci precede.

Per una nuova prospettiva patriottica

Il solco tracciato dalla Meloni (ma anche da Rampelli nella sua intervista), lascia però sullo sfondo tanti nuovi riferimenti a cui ancorarsi per non perdere l’integrità dei valori, depurandoli, però, dalle loro contraffazioni.

Ne possiamo proporre due, che sembrano in linea con l’epistola meloniana. Uno è Pierpaolo Pasolini,  e la sua composizione in friuliano «conserva prega e ama», l’altra è l’epopea rievocata da Eugenio Corti nel suo romanzo storico Il cavallo rosso. La poesia è una mano tesa ad un giovane fascista da una sponda marxista e pietista priva di steccati, un dito che gli viene puntato, ma per indicargli valori più alti, un ruolo nobile, pur nella consapevolezza del pantano da cui parte.

Il libro di Eugenio Corti — che dovrebbe essere letto all’ultimo anno di liceo —, riunisce un senso d’Italia uscito lacerato dalla seconda guerra mondiale e dall’esperienza totalitaria, e lo fa percorrendo il calvario dei soldati e nobilitando chi scelse la fedeltà all’Italia, rappresentata, in quel momento, dalla sua più alta istituzione (da non confondere con le vicissitudini di alcuni suoi esponenti): la monarchia sabauda.

Se si parla poco e male delle vicissitudini italiane nel secondo conflitto mondiale è anche perché non siamo mai veramente usciti dalle fratture e contrapposizioni che hanno puntellato da sempre la nostra storia.

Forse nella paura di perpetuarle abbiamo preferito la rimozione, l’omissione, la damnatio memoriae, creando le premesse per i nostalgismi e la bassa propaganda che a questi è associata. Per fare un vero discorso patriottico, forse, si dovrebbe partire da qui.

Armando Mantuano

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