Il cessate il fuoco tra Iran e Israele ottenuto da Donald Trump, permette di fare un bilancio interessante dell’operazione Rising Lion. Il punto di svolta è stato certamente l’intervento Usa al fianco di Israele per completare il target dei siti nucleari che quest’ultimo non poteva attuare con i mezzi propri, forniti dagli Usa.
I bombardieri Usa con le bombe di profondità di 13.000 kg, hanno colpito il sito di Fordow, che si trova dentro una montagna.
L’intervento diretto degli Usa ha portato il mondo alla massima allerta, vicino al pericolo dell’utilizzo dell’arma nucleare. Così gli Stati Uniti sono entrati ufficialmente in guerra con l’Iran che è poi il sogno di Netanyahu e dei neocon negli Usa, parte molto minoritaria dell’elettorato, ma molto presenti nell’establishment repubblicano.
Escalate to de escalate
In un attimo Trump è assurto a rango di unto del Signore, con benedizioni e preghiere in suo onore da parte del Governo israeliano e dal presidente di questo.
Trump ha infatti realizzato il sogno di Netanyahu che aveva dal 95, quando in un suo libro individuava nella minaccia alla atomica israeliana, il maggior pericolo per Israele e, per contrastarlo, puntava sul regime change, oltre che su un confronto militare degli Usa. Tutti i Presidenti lo hanno sempre escluso, Obama aveva addirittura detto: «non esiste un’opzione militare per fermare il programma nucleare iraniano, al massimo i raid possono rallentarlo». Tutti sino a Trump!
Quello che è successo dopo, però, ha fatto capire che il pesante bombardamento è stato, paradossalmente, una exit strategy, per tutti.
Per Trump prima di tutto, pressato dai falchi israeliani di cui non vuole perdere il prezioso appoggio, soprattutto economico. Per Netanyahu, perché Israele non ha mai subito una devastazione tanto estesa e la neutralizzazione di risorse strategiche, che è stato proibito filmare o raccontare come sostenuto da Sophie von der Tann corrispondente di Ard da Israele.
Per l’Iran, perché nonostante la distanza Israele ha potuto colpire come se fosse il giardino di casa.
Ma il vero colpo è quello di Trump.
Un colpo che può assomigliare allo «split 7-10» del bowling, chiamato anche «colpo dagli occhi di serpente» (nome azzeccatissimo che richiama la campagna bellica), ossia buttare con un colpo solo i birilli più esterni rimasti.
Colpendo Fordow ha da un lato dato la pastoia ai guerrafondai e ad Israele che si era lanciata contro l’Iran sperando nel paracadute americano. Dall’altro ha portato l’America a subentrare come interlocutore con l’Iran, in maniera credibile, spendendo il credito che aveva accumulato con Israele.
Un colpo molto rischioso, peraltro, che accresce il coinvolgimento e la responsabilità degli Stati Uniti con riguardo all’Iran
La questione del nucleare iraniano
La pessima iniziativa di Netanyahu era volta a distrarre la sua opinione pubblica dall’ennesima crudeltà verso i palestinesi, vedasi la sottomissione per fame, con gli insufficienti centri di smistamento gestiti dai militari Usa e Israeliani diventati delle trappole mortali per gli affamati civili, rinverdendo così le accuse di genocidio, dopo il blocco totale degli aiuti: dal 27 maggio 2025 questi sono i numeri 516 civili morti 3,799 feriti 39 dispersi.
Stiamo parlando della Gaza Humanitarian Foundation fondata a febbraio di quest’anno e finanziata dal Mossad secondo Avigdor Lieberman all’opposizione di destra in Israele.
Questo solo con riguardo alla distribuzione degli aiuti; ad esempio Israele ha ucciso 872 palestinesi nei 12 giorni di guerra con l’Iran.
Nonostante il bocco internet del 13 giugno, e la grande capacità di Israele di monitorare gli eventi, le giustificazione dell’esercito israeliano (Idf) sono state smentite da resoconti indipendenti, dalle Nazioni Unite e dalla Croce Rossa Internazionale, ed è venuta fuori anche un accondiscendenza se non un coordinamento dell’Idf, in funzione anti Hamas, con le milizie di Abu Shabab, accusate di saccheggiare gli aiuti e taglieggiare la popolazione.
Questo per mettere in chiaro che la questione nucleare iraniana sembra più uno specchietto per le allodole. L’operazione militare non solo non allontana il pericolo, ma lo avvicina.
Più plausibile, invece, impedire lo sviluppo economico dell’Iran.
Lo stesso Donald Trump, ma ogni Presidente prima di lui, ha sempre spinto per lo smantellamento del programma nucleare autonomo, quindi anche di quello civile.
L’Agenzia Atomica internazionale, in questo ambito civile, non ha mai portato garanzie, essendo i controlli gestiti da potenze Nato, in continuità strategica proprio con Israele, che ha bombardato quegli stessi siti.
Normale che l’Iran abbia chiesto, proprio all’indomani della fine delle ostilità, di sospendere la collaborazione fino a che non ci siano assicurazioni di sicurezza, che evidentemente nessuno può dare, con Israele.
Lo stesso sciogliersi dal Trattato di non proliferazione sarebbe giustificato dai bombardamenti israeliani e Usa fatti al di fuori del diritto internazionale.
Quanto poi trapelato, riguardo la non imminenza di un possibile sviluppo bellico dell’uranio, si scontra con la propaganda bellica degli attori occidentali coinvolti.
Cosa ha «venduto» Trump
Quanto trapela, se contraddice le dichiarazioni di Trump, viene visto da quest’ultimo come un attentato alla sua azione politica, basata su proclami da social.
La funzionaria coinvolta nel rapporto che contraddiceva le dichiarazioni di Netanyahu, Tulsi Gabbard, ha contraddetto sè stessa pur di dare ragione al Presidente.
Questo poi è avvenuto anche con i bombardamenti al sito di Fordow, al di là del successo sbandierato rimane ignota la destinazione di 400 kg di uranio arricchito al 60%, come dichiarato anche dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea).
In più, movimenti satellitari hanno rivelato spostamenti dal sito circa 3 giorni prima dei bombardamenti.
Addirittura, una fonte anonima iraniana ha detto che gli Usa hanno notificato lo strike al sito, prima che avvenisse, per limitare i danni.
Evento possibile, dato che, per ottenere gli effetti di de escalation, non ci dovevano essere vittime.
Infatti, gli Usa hanno subito rivendicato, anche tramite il Vice Presidente, un risultato pulito, ottenendo una risposta dimostrativa, e parimenti coordinata, da parte del Governo iraniano.
Eppure Trump anche molto arrabbiato con i media, ha rivendicato la distruzione completa del programma nucleare iraniano.
L’ultima trovata è un video social del Presidente Maga, molto boomer, con i bombardieri usa che scaricano il loro contenuto in Ian sulle note di Barbara Ann dei Beach Boys, che viene cambiato in «Bomb bomb Iran», anche con strofe che fanno riferimento alla fede islamica.
Il bisogno di rassicurare i guerrafondai in Israele che non esiterebbero ad usare l’atomica, che solo loro possiedono nella regione, sull’Iran, porta infatti le istituzioni a inseguire il tifo più spietato, quello per la guerra.
Evidentemente, il malcontento in Israele è presente, tanto che, nonostante le parole al vetriolo di Trump nei confronti di Israele, “sono molto dispiaciuto per quello che hanno fatto, soprattutto Israele, ritirate subito quelle bombe”, Netanyahu ha dovuto nuovamente minacciare l’Iran, contraddicendo così qualsiasi presunto risultato sbandierato poco prima.
Il fallimento più grande però sembra sia stato quello del regime change, da fuori.
Il figlio dello Scià, Reza Pahlavi, mandato via nel 1979, era il candidato israeliano per catalizzare una rivolta popolare, screditando così, anche gli oppositori del regime.
Peraltro la società iraniana è molto più avanzata, anche culturalmente, di quanto ci viene inculcato da anni, tanto che una semplice constatazione di buon senso fatta dalla giornalista trattenuta in Iran contro la sua volontà e poi liberata, nonché le riprese video dalla stessa allegate, riguardanti la gioventù e le donne a Teheran, ha portato scalpore nell’opinione pubblica e nei media, schieratissimi, con accuse (infondate) di fake, o di essere, addirittura (con riguardo a Cecilia Sala), «quinte colonne degli ayatollah», insomma la solita censura degli «ottimi».
Per non parlare dei titoli di alcuni media con fideistici «Israele, liberaci dal male» testimoniando una fondamentalismo secolarizzato che dovrebbe essere oggetto di studio.
Ecco, Trump, pur richiamando la possibilità di un Miga, Make Iran great again, ma a questo punto è più simpatica l’italianizzazione fatta da Marco Rizzo, Fai Iran Grande Ancora, ha escluso decisamente e a più riprese un regime change.
Ciò ha comportato, scusate, ma questi sono i tempi che viviamo, l’unfollowing su Instagram di Trump da parte del candidato al cambio di regime, Mohammad Reza Pahlavi.
Che è certamente poco, ed è certamente sostenibile, rispetto agli esiti nefasti degli interventi democratici in Medio oriente, l’ultimo, in Siria, dove, infatti, è ripreso il terrorismo.
Armando Mantuano
